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mercoledì 8 aprile 2009

ARCHITETTURA AFRICANA - Fabrizio Carola


‘Volevo una vita verae l’ho avuta.Ho avuto molto e orasento il bisogno di restituire’.............................



Intervista ad un Architetto Italiano che si è innamorato delle forme d'africa e si è distinto per la ricerca sugli elementi naturali nel continente neroFabrizio Caròla, da circa trent’anni col suo ostinato lavoro di architetto-costruttore è impegnato a sostenere l’efficacia di un modello costruttivo fondato sul recupero di elementi della tradizione mediterranea: archi, volte, cupole; lo fa a partire dalle origini, dando corpo e significato ad un’idea di architettura come spazio primario, un’ostinazione che lo ha portato a trascorrere gran parte della sua vita in Africa.Architetto napoletano formatosi alla Scuola Nazionale Superiore d’Architettura di Bruxelles, quella fondata da Van de Velde. «A 18 anni sono andato via da casa, sono andato in Belgio dove, nel 1956, ho preso la laurea alla Scuola superiore di Architettura “La Cambre”. Nel 1972 sono andato in Africa, (…) ho trovato un architetto che mi ha offerto di lavorare con lui ad Agadir, in Marocco, per la costruzione dell’ospedale».Il percorso formativo all’interno di una scuola che aveva un’impostazione analoga a quella della Bauhaus, Van de Velde era stato membro della Bauhaus, lo porta a prediligere un approccio ‘concreto’ all’architettura. Materia, struttura e forma sono i presupposti del suo agire, che e sempre ancorato al ‘fare’, alla ‘concretezza del costruire’.La sua ‘natura nomadica’ e la vocazione alla ricerca sperimentale lo spingono verso nuovi ‘orizzonti’, nuovi scenari: inizia un ‘percorso’ di ricerca che dall’Italia, a partire dal 1972, si sviluppa prevalentemente in Africa, in particolare nel Malì, dove ancora oggi, a distanza di 35 anni, è impegnato professionalmente. In Africa avviene l’incontro con le tecniche ed i materiali della tradizione, in particolare con le cupole di derivazione nubiana realizzate con l’ausilio del ‘compasso ligneo’. In Africa, per conto di organizzazioni non governative, Caròla conduce una serie di ricerche sull’abitare, sull’edilizia scolastica, sulle tecniche costruttive tradizionali. La sua attenzione è rivolta prevalentemente alle relazioni tra materia e luogo. Indaga il ‘luogo’ nella sua ‘fisicità materica’. L’architettura spontanea, l’architettura senza architetti costituisce uno dei suoi riferimenti privilegiati: agendo sui significati che entrano nella ‘costruzione delle forme’ Caròla mette a fuoco un repertorio di soluzioni, di segni, che ricorrono all’interno del continuo divenire della tradizione.Con l’ADAUA, agenzia di cooperazione internazionale svizzera, nell’81, in Mauritania, impara ad utilizzare il compasso ligneo, di cui intravede l’efficacia e le possibilità. La terra, sia cruda sia sotto forma di mattone cotto, è il materiale privilegiato. Un materiale che lavora bene a compressione, facilmente reperibile e producibile in sito. Volte, archi e cupole rispondono efficacemente ai criteri di economicità e rapidità di esecuzione.Tra le sue opere, il Kaedi Regionale Hospital, in Mauritania, rappresenta sicuramente l’espressione più alta di un pensiero e di un agire ‘sostenibile’. L’ospedale, una struttura in bilico tra ‘zoomorfismo’ e ‘fitomorfismo’, nella sua articolazione planimetrica propone un’organizzazione degli spazi aderente alle necessità e ai costumi delle popolazioni locali.


Data l’abbondanza in sito di argilla di ottima qualità, Caròla opta una struttura monomaterica. I mattoni utilizzati sono stati prodotti in sito: due forni alimentati con pula di riso, abbondante in loco, hanno reso possibile la produzione di decine di migliaia di mattoni. Quest’intuizione gli consente di realizzare una struttura molto complessa con un sistema a bassissimo impatto, con una positiva ricaduta anche sulla economia locale: il 75% delle risorse utilizzate sono state investite in sito.Le cupole dell’ospedale sono a doppia calotta: l’intercapedine tra i gusci garantisce un’efficace isolamento termico. Alla base delle cupole, bocchette di ventilazione, realizzate anch’esse in terracotta, consentono il passaggio dell’aria nell’intercapedine. Le cupole, ottenute come solidi di rotazione, sono realizzate con l’ausilio del tradizionale ‘compasso ligneo’, che indica al muratore la posizione nello spazio e l’inclinazione esatta di ciascun concio: un meccanismo costruttivo che le rende autoportanti durante le fasi di costruzione.La straordinaria esperienza sostenuta da Carola, oltre che nella messa a sistema, nella sistematizzazione e divulgazione di un sapere tecnico che si era perduto, sta nell’aver rivolto lo sguardo verso un orizzonte apparentemente ‘marginale’. Negli anni in cui la cultura architettonica ‘ufficiale’, sostenenva l’idea di uno stile internazionale, FABRIZIO CAROLA compiva un’operazione apparentemente di retroguardia. Rivolgendo il suo sguardo acuto verso quella ‘periferia’ del mondo che è l’Africa, Caròla mette a fuoco una diversa interpretazione delle relazioni tra architettura e luogo: il luogo si manifesta attraverso la materia, che è intimamente connessa alla forma: Caròla ha «guardato attentamente il luogo e osservato meticolosamente la cultura dell’abitare prima di costruire. Si badi: il luogo nella sua fisica evidenza, e non il suo ‘geniusì ineffabile»1Nell’opera di Caròla, la terra è la materia prima attraverso cui ‘mani pensanti’ plasmano architetture. Materia, luogo, ambiente, forma, sono espressione di una realtà e di un principio che governa il suo agire. La materia si fa elemento strategico del comporre: il processo che regola l’uso del materiale determina necessità e specificità, anche figurative. Il ‘compasso ligneo’ nelle sapienti mani di Fabrizio Carola si fa generatore di possibilità. Negli anni Caròla ne ha modificato le caratteristiche, ne ha variato l’assetto e la geometria con piccole innovazioni, che gli hanno consentito di ottenere una più ampia gamma di geometrie. Variando la geometria e l’asse di rotazione dello strumento, le cupole sferiche divengono a sesto acuto, una soluzione che rende possibile una maggiore efficacia nell’uso dello spazio interno, unitamente ad una migliore ventilazione.Volevo una vita vera e l’ ho avuta. Ho avuto molto e ora sento il bisogno di restituire’». E’ questa, a mio giudizio, la frase rivelatrice della natura di Fabrizio Caròla, una natura che lo ha portato a scegliere un percorso di vita e professionale meno agevole di quello che avrebbe potuto avere con poca fatica restando in Italia. Invece, ha scelto una strada più faticosa. La stessa che con ostinata convinzione lo ha condotto a fondare l’Associazione N:EA (Napoli, Europa Africa) nella convinzione che solo attraverso il dialogo e il confronto si possa immaginare e realizzare ‘un futuro possibile’. Quel futuro che sta cercando di ‘costruire’ a San Potito Sannita, un piccolo paese in provincia di Benevento. «Il vescovo di Alife, Pietro Farina ci ha fatto avere un comodato d’ uso per 30 anni di un ettaro e mezzo di proprietà della parrocchia e lì con gli studenti di architettura stiamo costruendo un villaggio. L’ obiettivo è la formazione. Si chiamerà “Sette piazze”. I ragazzi imparano a costruire con un grande compasso in legno, archi, volte e cupole. Sono strutture completamente diverse e molto più facili da vivere».San Potito Sannita è un piccolo paese, anch’esso apparentemente fuori dal ‘centro’, dove architetti, studenti di architettura ed insegnanti si ritrovano ogni anno per dar vita ad un ‘laboratorio’, dove l’architettura viene praticata come ‘mestiere’. Fare è imparare a fare. Questa regola governa la comunità che si raccoglie intorno a Fabrizio Caròla, un ‘antico’ maestro che insegna ai giovani architetti del futuro a costruire cupole, metafora di un agire più vasto. Antiche e alchemiche formule rivivono nel lavoro di nuove generazioni di architetti. La sua sapienza, la sua approfondita conoscenza di tecniche costruttive, che si sono ‘affinate e precisate nel corso di tren’tanni di sperimentazioni sul campo, la sua esperienza Caròla la trasmette alle nuove generazioni. Ci consegna un bagaglio di conoscenze tecniche, di sapienza che tocca a noi rinvigorire, approfondite trasmettere.Ho incontrato Fabrizio Carola a San Potito. Durante la visita al cantiere. Durante la lunga chiacchierata che n’è seguita mi ha colpito la sua posizione, il suo modo di relazionarsi con l’architettura, con il mondo: «molte cose me le porto dentro come ragionamenti non esplicitati in parole ma in sostanza costruita (…) sono più il frutto di una intuizione, di una conoscenza istintiva che di un ragionamento scientifico».Una traccia che forse stavo cercando anch’io. Un agire, un modo di ‘fare’ in cui l’azione sembra essere governata più dalle ‘mani’ che da astrusi ‘ragionamenti’.Anche per questo motivo penso che il lavoro di Caròla costituisca un esempio di ricerca condotta ‘fuori’ dagli schemi.Per approfondire questo ragionamento sono state poste Fabrizio Carola alcune domande.D: Quando hai deciso che saresti diventato un architetto?Fabrizio Caròla: A tredici anni, non so perché ma non ho mai cambiato idea.D: L’architettura era qualcosa che avvertivi esser parte della tua vita sin da ragazzo, è stato un lento avvicinamento o una rivelazione improvvisa?FC: Ho alle mie spalle tre generazioni di ingegneri-imprenditori da parte di mio padre e tre generazioni di architetti da parte di mia madre. Può essere una spiegazione?D: Hai studiato alla Scuola Nazionale Superiore di Architettura di Bruxelles fondata da Van de Velde, uno dei fondatori della Bauhaus. In che modo l’impronta e il modello didattico che caratterizzava quella scuola ha inciso sui tuoi percorsi, sul tuo modo di ‘fare’ architettura, di praticarla come ‘arte-fatto’.FC: A Bruxelles ho avuto degli ottimi professori: De Konink per i primi due anni e Victor Bourgeois per i tre anni seguenti: mi hanno messo sulla buona strada. Ma non è solo merito loro: tutto il sistema, impostato da Van de Velde, era estremamente efficace.Prima di Bruxelles avevo frequentato per un anno e mezzo la Facoltà di Napoli; lì ci facevano copiare dei progetti di architetti famosi; a Bruxelles invece fin dal primo anno eravamo messi di fronte alla progettazione e producevamo un progetto per ogni trimestre. Il professore criticava e correggeva il mio progetto rispettando però la mia idea e l’ impostazione che io avevo scelto. Eravamo liberi di esprimerci e di avere delle idee a condizione che le idee nascessero dalla logica della funzionalità.D: Durante gli anni trascorsi a Bruxelles, quando eri un giovane studente, quali sono stati gli architetti ai quali guardavi con più interesse e quali le discipline che più ti affascinavano.FC: Wright, perché mi sembrava il più umano e Gaudì, di cui mi affascinava la straordinaria capacità di costruire messa al servizio di libertà e fantasia.D: Come è avvenuto il tuo incontro con l’architettura della tradizione africana ed in particolare con l’uso del ‘compasso ligneo’ e delle tecniche costruttive di derivazione nubiana.FC: Le cose sono accadute in momenti diversi:1) tra il ‘61 e il ‘63 sono stato impegnato in Marocco con un incarico di urbanista: sistemare le agglomerazioni rurali.2) L’incontro con l’Africa nera, sub-sahariana, è avvenuto in Mali, nel 1971: vi ero andato non con un incarico di architetto ma di direttore dei lavori per la costruzione del nuovo molo e di alcuni edifici del porto fluviale di Mopti. Lì ho scoperto e studiato l’architettura sub-sahariana, frutto di un adattamento millenario alle condizioni locali, e ho cercato di oppormi al disastro culturale provocato dall’immissione cieca di modelli di architettura nord-occidentale.3) Nell’81, in Mauritania, lavorando per l’ADAUA , sono venuto a conoscenza del sistema “compasso” per la realizzazione delle cupole. L’ho subito adottato, modificandolo e adattandolo alle esigenze del mio progetto.D: Hassan Fathy è stato un precursore, ha reso fruibile e sistematizzato tutta una conoscenza ed un sapere su queste tecniche che era prevalentemente fondato sulla trasmissione orale. Tra il tuo lavoro e quello di Fathy esistono delle evidenti assonanze. In che misura il suo lavoro ha rappresentato per te un riferimento.FC: Non è l’architettura di Hassan Fathy (che apprezzo molto) che mi ha influenzato ma l’uso del suo compasso. Fin dall’università ero attirato dalle coperture a cupola, ma non sapevo realizzarle se non con strutture metalliche. Il compasso mi ha aperto la strada, che però era limitata a cupole sferiche. Modificandolo, ottenendo cupole ogive, ho ampliato le possibilità di forme e di spazi fondendo in una sola curva muro e tetto (con evidente risparmio di costi).D: In Africa hai costruito molto anche in terra cruda. Una materiale ‘vivo’. Qual’è stato il tuo approccio nell’uso di questo materiale ‘speciale’FC: Mi piace costruire in terra cruda, è un materiale molto duttile perché il mattone e la malta sono fatti della stessa terra, per cui si saldano e si fondono generando un monolite che può essere anche scolpito. Non sono però un fanatico della terra cruda: la uso quando giudico utile usarla. La terra cruda richiede manutenzione o protezione, perché esposta alla pioggia fonde come neve al sole. Nelle regioni aride dell’Africa questo difetto ha minore importanza.D: Come è nato il progetto del Kaèdi Regional Hospital in Mauritania.FC: E’ una lunga storia: nel ‘78 fui incaricato dal FED (Fondo Europeo di Sviluppo) come consulente presso uno studio tecnico di Parigi per la progettazione dell’ospedale di Kaédi.Producemmo un progetto che fu accettato dal FED (finanziatore). Passò un po’ di tempo e seppi che l’incarico era stato trasferito all’ADAUA, associazione svizzera.L’ADAUA, che avevo conosciuto in occasione di una visita a Kaédi, mi propose di dirigere la costruzione dell’ospedale. Alla fine del 1980 mi trasferisco in Mauritania. Visito Kaédi e il piccolo ospedale che bisognava ampliare e mi rendo conto che il progetto elaborato a Parigi era inadeguato. Lo rielaboro completamente e lo presento all’ amministrazione mauritana e al FED di Nouakchot. Il nuovo progetto viene approvato ed inizio i lavori.Kaèdi è una piccola città della Mauritania. L’Ospedale è stato progettato come estensione del piccolo ospedale esistente realizzato dai francesi ancora ai tempi coloniali. Durante la mia indagine preliminare, visitando le vecchia struttura, fui colpito dalla confusione creata dalla presenza permanente delle famiglie dei pazienti che intralciavano i movimenti dei medici e degli infermieri. Interrogati, i medici mi risposero che l’assistenza dei familiari era indispensabile, avendo constatato che questa presenza continua dei parenti contribuiva alla loro guarigione. Fui molto toccato da questa informazione e posi questo dato, che ho chiamato famiglio-terapia, alla base del nuovo progetto. Dopo molte riflessioni e tentativi pensai di fare “esplodere la pianta” e, invece di un ospedale compatto, realizzare un edificio aperto che permettesse alle famiglie di accamparsi in prossimità delle camere di degenza.Relativamente alla scelta del materiale e della tecnica costruttiva adottata, fui condizionato dal fatto che a Kaédi come in tutto il Sahel il materiale più abbondante e più economico è la terra. Il legno è raro e usarlo significava contribuire alla desertificazione in corso. Il cemento armato è costoso, perché viene importato, e poi non ha prestazioni adeguate a quelle condizioni climatiche. Scelsi dunque come materiale di base la terra, confezionata in mattoni alla maniera tradizionale. Nella tradizione però il mattone viene utilizzato semplicemente essiccato al sole perciò è molto vulnerabile alla pioggia e richiede una manutenzione costante. Ridurre il più possibile le manutenzione garantendo nel contempo prestazioni efficienti nel lungo tempo mi indussero alla decisione di utilizzare mattoni cotti, al fine di renderli resistenti all’acqua. Restava però il problema della produzione in sito dei mattoni e della loro cottura. Una risaia di 600 ettari, più uno stabilimento cinese per la pulitura del riso, producevano a Kaédi, in grande quantità, riso, crusca e pula. Quest’ultima, non commestibile, si ammucchiava inutilizzata a disposizione del vento. Dopo un certo numero di tentativi, riuscii a creare un forno semplice ed economico in terra cruda, realizzabile con la mano d’opera locale, che permetteva di bruciare efficacemente la pula di riso ottenendo una temperatura fino a 1200 gradi. Per la tecnica costruttiva, avendo scartato legno e cemento a vantaggio del mattone non restava che l’utilizzo delle strutture curve: archi e volte.D: Il metodo, come una impalcature, sostiene il nostro agire. Giulio Carlo Argan ha proposto questa definizione di progetto. “Progettare è come attraversare un bosco per uscire dal quale quel che conta è dare coerenza ai movimenti”. Il bosco e la coerenza dei movimenti. Una metafora molto interessante: esplorare mondi sconosciuti e contemporaneamente ancorare il nostro agire ad un metodo.Quando cominci a lavorare ad un progetto, quali sono i dati su cui ‘costruisci’ la proposta.FC: Tutti i dati del luogo: il clima, le condizioni sociali dei futuri utenti, i materiali e mezzi disponibili, la qualità della mano d’opera, il budget disponibile, il tempo di consegna.D: Le tue architettura sono intimamente connesse al luogo. Sembrano essere una emanazione, una estensione di quel luogo. La ri-velazione del luogo sembra essere lo scopo del progetto.FC: Questo deriva dal rispetto o meno dei dati enunciati nella risposta precedente al quale si aggiunge la sensibilità che è propria di ciascun architetto e che deriva dal suo curriculum umano e culturale.D: Il tuo interesse per l’Africa, per un’architettura che vive in sintonia con la natura credo abbia delle motivazioni che vanno al di là del contesto con cui ti sei confrontato. Penso si tratti di una motivazione più ‘profonda’. Un ‘sentire’ che ha una connessione più ‘intima’ con l’ambiente, non solo con l’ambiente naturale.Mi ha molto colpito in questo senso l’associazione che hai fatto tra architettura e uomo, tra spazio e qualità dello spazio in relazione ad una distinzione tra strutture in-tensione e strutture ‘a riposo’ come le cupole.FC: L’Africa mi ha sempre attirato e non so perché ma nello specifico mi ha dato l’opportunità di esprimermi liberamente: nel bene e nel male, ma libero.L’Africa non è ancora oberata da norme, articoli, commi, divieti, che opprimono la nostra vita e la nostra naturale creatività. Sappiamo benissimo che tutte queste normative servono a proteggere la collettività dagli abusi sul territorio, ma chi giudica?D: Luce e materia sono gli elementi di un sistema di relazioni molteplice, fatto di mille sfumature, che spinge la nostra ’immaginazione’ ad andare ‘oltre’.Nelle tue architettura sovente ad una componente massiva, fa da contrappunto, una progressiva ‘smaterializzazione’ della massa muraria in elevazione, come accade nell’ Herb Market di Medina, dove la luce e le sue relazioni con la materia, la sua porosità, manifestano una sorprendete leggerezza.FC: Sento l’obbligo di precisare che io non ho un pensiero dell’architettura ma un procedimento logico nel progettare. Ogni elemento del progetto ha per me una sua precisa funzione. Non vi è nulla di inutile o di preconcetto. Se il risultato ha in più un valore estetico vuol dire forse che le scelte sono giuste e forse che non sono tutte dettate dal freddo raziocinio ma anche da una partecipazione del sub-cosciente, che è più o meno carico di valori umani e culturali e che subdolamente influenza il progetto.D: Le connessioni tra materiali, tecnologia e progetto sono molto evidenti nella tua ricerca progettuale, che sembra svilupparsi tutta all’interno della ‘dimensione costruttiva dell’architettura’.FC: Sono sempre stato rispettoso del rapporto fra materiale, tecnologia, funzione e forma perché dal corretto rapporto di questi quattro elementi dipende l’economia del progetto ed anche la sua riuscita.Nella maggior parte dei casi, nel nostro mondo occidentale questo rapporto conduce a una soluzione a superfici piane a ‘reprimere’ il desiderio di superfici curve, giudicate troppo complesse e onerose da realizzare.In Africa, invece, ho trovato condizioni del tutto diverse che ribaltavano la situazione, per cui l’uso delle forme curve, si rivelava una soluzione logica.Nei paesi del Sahel (la zona dell’africa compresa fra il deserto e la foresta) la mano d’opera è abbondante, sotto-occupata e a basso costo; per contro i materiali moderni, come il cemento e il ferro, sono importati e perciò costano molto e implicano la fuoriuscita di moneta pregiata, mentre l’uso del legno contribuisce alla desertificazione. La terra, materiale abbondante e a costo quasi nullo, sotto forma di mattoni cotti o crudi, è il materiale più economico e diffuso.Per utilizzare il mattone o la pietra anche in copertura, in sostituzione del legno, ferro o cemento, bisogna ricorrere necessariamente alle strutture compresse e cioè: volte, archi e cupole.Applicando e sperimentando l’uso di queste strutture ho potuto rilevarne vari vantaggi: sono economiche, di facile e rapida esecuzione anche per una manodopera non qualificata e si comportano meglio del cemento armato in difficili condizioni climatiche.D: L’architettura, almeno in certe condizioni sembra essere governata dall’economia, a volte n’è la diretta emanazione. In che misura ti sei dovuto confrontare con questo dato del progetto e come ha inciso sulle tue scelte.FC: L’economicità deriva soprattutto dal poter risolvere con un materiale economico il problema. Nel caso delle strutture a cupola, l’operaio in una sola operazione realizza l’intera costruzione dalle fondazioni alla chiusura.E’ un’operazione semplice, più di quanto lasci supporre la forma ardita di una cupola. Con l’aiuto del ‘compasso’ il muratore procede sicuro, senza rischio alcuno di poter sbagliare. Questa operazione non richiede nessuna particolare competenza: non bisogna fare altro che posizionare il mattone secondo l’inclinazione indicata dal compasso. Questo sistema è talmente semplice che ho potuto realizzare decine di cupole, di varie forme e dimensioni, con operai non qualificati, improvvisati muratori dopo poche ore di apprendimento.Come vedi la mia scelta risponde a criteri di efficienza e di economicità.D: L’articolazione planimetrica delle tue architetture sovente sembra privilegiare una struttura ‘a grappolo’.FC: Quando utilizzi un principio costruttivo fondato sull’uso della cupola, il sistema di pianta può essere sia ortogonale (quadrati e rettangoli) sia polare (una combinazione di cerchi). La pianta polare si è rivelata, prima in teoria e poi nella pratica, più economica, per tempo e quantità di materiale, e più adeguata alle caratteristiche della manodopera disponibile in AfricaD: Un’ultima curiosità. In più di trent’anni di attività le superfici curve non ti hanno mai ‘abbandonato’, non lo hai mai avvertito come un limite.FC: La cupola è una forma di copertura che mi ha sempre attratto ed affascinato fin da quando, ancora ragazzo, ho pensato di diventare architetto.Quando mi chiedo il perché di questa attrazione, trovo più risposte, nessuna sufficiente ma forse tutte valide, perché tutte insieme danno una risposta, se non completa almeno sufficiente.Prima di tutto la cupola appartiene al mondo delle curve: pur senza disdegnarle, non ho amore per le superfici piane, squadrate, piegate ad angolo retto con spigoli vivi. Trovo che le superfici curve e raccordate siano più vicine alla forma della natura e perciò più adatte a racchiudere o accompagnare la vita dell’Uomo.In secondo luogo posso supporre che la mia appartenenza alla civiltà mediterranea, che di archi, cupole e volte ha fatto grande uso, abbia la sua parte nella predilezione che ho per queste forme.Infine, ti confesso, che le curve soddisfano maggiormente il mio tipo di sensibilità perché sono morbide e sensuali, ma questa è un’altra storia!



giovedì 21 agosto 2008

Mali - MASCHERE TRIBALI

La Maschera Africana è servita, nel XX secolo, come fonte d’ispirazione per movimenti artistici quali l’espressionismo ed il cubismo, per cui, è da considerarsi la forma d'arte tribale più nota in Europa.
Elemento fondamentale dell’arte e della cultura tradizionale dei popoli subsahariani e dell’area
occidentale africana, le differenti maschere tribali vengono legate a diversi significati specifici. Il loro uso, di sovente collegato a cerimonie spirituali, fa si che le stesse vengano impiegate generalmente nelle danze, in modo tale da esaltare la celebrazione di rituali a sfondo religioso svolgendo spesso una funzione propiziatoria in cerimonie e celebrazioni come matrimoni, funerali, riti di iniziazione, feste del raccolto. L’uso della maschera viene associato ad altri fattori preponderanti della cultura africana, musica e danza, che accompagnano colui che la indossa. La maschera, aiuta colui che la indossa ad abbandonare la propria identità per entrare nello spirito che essa stessa rappresenta. Abbinata ai costumi rituali, modifica l'identità del danzatore trasformandolo anche in sacerdote. Eleva altresì il suo possessore ad una sorta di condizione di medium, e gli permette di metterse in contatto il villaggio con le proprie divinità, aiutandolo a dialogare con gli antenati, i defunti, gli animali o spiriti della natura. Questi motivi contribuiscono a creare la stretta connessione tra danze e rappresentazioni mascherate.
Ogni maschera ha un proprio significato specifico spirituale. La cultura Dogon, nel Mali, è caratterizzata da un ricco “pantheon” di spiriti, a cui corrispondono oltre 70 tipi di maschere differenti.
Spesso gli artisti, gli scultori che realizzano queste opere d’arte, per tradizione hanno un riconoscimento di uno speciale status sociale. I segreti relativi alla conoscenza dei valori simbolici e religiosi associati, assieme all’abilità costruttiva, vengono di sovente tramandati di padre in figlio. Dato il significato spirituale delle maschere, non tutti i membri della società sono autorizzati a indossarle. Spesso questo onore è riservato agli uomini, e in particolar modo agli anziani o comunque alle persone di alto rango. Alcune maschere sono riservate a capi villaggio o a re che indossandole conferiscono in loro speciali poteri.
Spesso, le maschere di maggiore prestigio sono quelle associate agli spiriti dei grandi capi defunti; In numerose tradizioni si trovano maschere associate a determinate società di guerrieri o di stregoni. Generalmente la forma di una maschera africana è riconducibile al volto di un uomo, o al muso di un particolare animale. Questa figura complessiva viene tuttavia resa in una forma altamente stilizzata.
L'assenza di realismo, che permea la concezione delle culture dell'Africa nera, fa in modo che la maschera non rappresenti il suo aspetto esteriore ma lo spirito del soggetto stesso. Le tipologie, codificate dalla tradizione, indicano la comunità a cui la maschera appartiene e ne definiscono il valore simbolico. Stili creativi con differenti significati morali o una particolare simbologia riferita a specifiche virtù, si trovano in numerose sculture. Gli occhi socchiusi delle maschere dei Senofu, per esempio, rappresentano l'autocontrollo, la pace interiore e la pazienza. Occhi e bocca di dimensioni ridotte, generalmente simboleggiano l'umiltà, e la fronte sporgente indica saggezza.
Maschere con mento e bocca molto grandi, al contrario, possono rappresentare
autorità e forza. Soggetti replicati più di frequente nelle raffigurazioni di maschere africane sono gli animali. Queste rappresentazioni animali servono per entrare nello spirito dell’animale perchè diventi possibile parlargli poichè spesso l'animale viene visto come portatore di determinate virtù. Fra gli animali più rappresentati ci sono il bufalo, il coccodrillo, il falco, la iena, il facocero e
l'antilope. L’antilope, in special modo, nel Mali ha un ruolo fondamentale. Nelle culture Dogon e i Bambara viene considerata simbolo del lavoro e della fertilità nei campi. Le maschere da antilope dei Dogon, che simboleggiano l'abbondanza del raccolto, hanno forme stilizzate, solitamente sono rettangolari ed adornate sulla sommità da molteplici corna. Anche in quelle dei Bambara, note come chiwara, sono presenti lunghe corna d’antilope che rappresentano la crescita rigogliosa del miglio, il pene, visto come simbolo delle proprie radici, le orecchie che rammentano il canto delle donne che allevia il lavoro nei campi ed una linea spezzata che rappresenta il percorso del sole fra i due solstizi. Troviamo infine varianti sul tema, che comprendono composizioni di figure composte da tratti distintivi di diversi animali, eventualmente uniti a elementi umani.
Questa fusione rappresenta un insieme di caratteristiche eccezionali, raffigurate attraverso la somma delle qualità dei diversi elementi della composizione. Le maschere utilizzate dalla società segreta dei Poro (presso il popolo Senufo, in Mali e Costa d'Avorio) uniscono in una singola figura tre simboli di pericolosità: corna di antilope, denti di coccodrillo e zanne di facocero.
Altro soggetto comune nella cultura delle maschere africane è la donna, che rappresentata l'ideale di bellezza. Differenti particolari caratterizzano le creazioni artistiche che rappresentano la donna. La raffigurazione è esaltata dai tratti somatici che vengono esasperati per cui potremo osservare l’accentuazione della curva arcuata delle ciglia, la stilizzazione degli occhi e l’assottigliamento del mento, inoltre sulla maschera vengono spesso rappresentati anche i gioielli ornamentali tradizionali.
Altro fattore estetico di rilevante importanza che viene riprodotto sulle maschere sono le scarificazioni, cicatrici ornamentali eseguite nella realtà sulla pelle di taluni soggetti. Al culto degli antenati invece, sono legate le maschere che tendono a riprodurre la forma del teschio umano, con orbite incavate e labbra screpolate e sono generalmente evocate durante i riti di circoncisione e in altre cerimonie legate al rinnovamento della vita. Il culto degli antenati è spesso legato al tema della fertilità, ed è per questo che si potranno notare molte maschere che uniscono i tratti del teschio con simbologia sessuale; Altre infine vogliono invece ricordare
antenati illustri, personaggi storici o leggendari.
La struttura principale delle maschere è data dal legno, anche se a volte troviamo raffigurazioni costruite in pietra morbida, come la saponaria, o addirittura fusioni di rame o bronzo. Gli elementi ornamentali che la completano sono costituiti da pelle o tessuto.
Il materiale intagliato o scolpito viene successivamente dipinto con carbone vegetale, ocra o altri pigmenti di origine naturale.
Infine, alla struttura principale vengono applicati gli elementi decorativi in altri materiali, come pelo, corna, denti, conchiglie, semi, iuta, paglia, guscio d'uovo (soprattutto di struzzo) o piume.
Quest’ultima lavorazione serve a ricondurre l’opera finita, in modo più efficace, agli elementi anatomici del soggetto.
Le maschere possono avere diversi tipi di struttura in funzione del modo in cui si devono indossare. Il tipo più comune, presente in gran parte dell'Africa, è quello che si appoggia sul volto, in verticale. Nelle cerimonie Dogon, ad esempio, queste maschere, alte anche qualche metro, vengono trattenute al volto con la sola forza dei denti. Altre maschere si adagiano sulla testa, e quindi non coprono il volto, come i celebri copricapo-maschera chiwara dei Bambara. Alcune, infine, sono ricavate da un tronco cavo o scavato, e si indossano come scafandri o elmi, a coprire l'intera testa.

Mali - ARCHITETTURA SPONTANEA

Bankò, l’arte di “plasmare” in terra cruda


Titolo e sottotitolo evidenziano il fatto che generalmente la realizzazione del particolare tessuto urbano dell’Africa Nera, non comporta l’uso di architetti o piani urbanistici di sorta. L’insieme del conglomerato edilizio, sia che formi un piccolo villaggio o sviluppi la sua area fino a raggiungere le dimensioni di una grande città, prende forma dall’opera individuale. l’impronta manuale è vista e vissuta ovunque e questo fa si che ogni costruzione sia una cosa a se, un elemento plasmato creato dalla continuità del terreno sottostante. Una “naturale opera d’arte”.Nell’africa occidentale, questa lavorazione è stata chiamata dagli antropologi, Architettura Sudanese, che deriva dal nome che i l’insieme dei territori nord occidentali avevano prima della scissione negli attuali stati, il Sudan. Si dice che sia stato l’imperatore Kankou Moussa, intorno al 1300 ad introdurre questo modo di edificare lungo l’ansa del Niger. Tecnologia però conosciuta e sfruttata anche dalle popolazioni esodate dall’antico regno del Ghana, soprattutto nel grande delta interno.
Base fondamentale per la costruzione è il bankò: un impasto di acqua ed argilla prelevata nelle lanche dei fiumi ed arricchito, a seconda dei luoghi d’utilizzo, da diversi elementi, che conferiscono all’amalgama una differente caratteristica tecnica.
Troveremo quindi diversi tipi di Bankò, impastati con diversi materiali, quali: paglia di riso, paglia di miglio, sterco animale o derivati vegetali come il burro di Karité, che nel loro insieme riescono a caratterizzare i differenti impasti, donando alle strutture peculiarità tipiche, quali, maggior resistenza al dilavamento meteorico, maggior resistenza ai carichi ed alle flessioni e così via.
Questa tecnologia in terra cruda, prevede il riempimento di casseri in legno, dei vari impasti, e la successiva esiccazione al sole. Si ottengono in questo modo dei rudimentali mattoni (brik) induriti dal calore naturale. I mattoni a forma sferica (quasi come fossero grosse pollette), visibili nelle
sbrecciature di vecchi edifici o nelle parti più datate di talune moschee, un tempo invece venivano composti a mano. Una sorta di ossatura di irrobustimento, che serve per lo più a seguire il disegno finale dell’edificio, viene impiantata con travi lignee, che aggettano all’esterno dei profili di facciata. I caratteristici tronchi che debordano, servono come impalcatura a cui poggiare lunghe scale o arrampicarsi, per eseguire un’agevole manutenzione. Il legno impiegato è generalmente il borasso, una palma che abbonda nel delta interno, il cui fusto ha caratteristiche elastiche superiori a quelle di altre specie di legname disponibile, inoltre ha particolarità tali che lo rendono inattaccabile dalle termiti. Su questa struttura base, una volta accostati ed impilati i mattoni, viene spalmato a mano, quasi come fosse un mantello, uno strato finale di bankò, che serve da collante finale d’assemblaggio della struttura stessa. L’ultimo strato, che risente maggiormente dell’uso, sarà ricomposto con cadenza annua (prima della stagione delle piogge). L’operazione di manutenzione delle moschee, avviene con la festosa partecipazione dei giovani e meno giovani dei quartieri dei villaggi. Mentre la struttura e la “pelle” non cambiano, a seconda delle zone di
costruzione, il mattone è generalmente sostituito da blocchi di pietre. (zona di Bandiagara, paese Dogon). Per giusta cronaca, occorre segnalare anche l’uso del “bankò eméllioré, un impasto più “evoluto”, che contiene piccole quantità di cemento, utile conferire maggior stabilità.
Le guglie degli edifici interamente in bankò (moschee) a differenza delle abitazioni o granai che hanno prevalentemente una protezione data da un cappello conico costituito da materiale vegetale e fibroso, hanno volumi caratterizzati da forme ad ogiva, che contrastano il dilavamento delle piogge. La punta di sovente è protetta da cocci in terracotta o uova di struzzo che inibiscono o perlomeno rallentano l’azione concentrata del dilavamento meteorico.
La tipologia delle costruzioni, come abbiamo potuto osservare è vasta e differenziata. Noteremo quindi elementi identificativi a seconda dell’uso e della cultura abitativa. Una per tutte, data dall’uso, mette in risalto le “torri-latrina”, vuoti pilastri affiancati e consolidati alle pareti esterne delle case di Djenné, che vengono svuotate tramite un foro fatto alla base, per prelevare
il contenuto da utilizzare come concime sulle colture nei campi.
L’assenza di un piano urbanistico nei villaggi, così come inteso da noi “occidentali”, non sta certo a significare il caos abitativo. Nel “paese Dogon” per esempio, la costruzione di strutture abitative e non ha una logica ed un criterio tradizionale. Le varie volumetrie che compongono la casa, o l’insieme di diverse case, il quartiere ed infine il villaggio, seguono disegni predefiniti.
La casa di una famiglia Africana, chiamata “concessione” è quindi composta da più cellule abitative e non, raggruppate attorno ad una corte interna. Diverse “concessioni” definiscono un quartiere ed a seguire il villaggio stesso. La corte interna è il centro sociale del gruppo familiare. Nel suo interno si esplicano tutte le attività di gruppo, dalla preparazione del cibo ai lavori artigianali.
Solo la stagione delle piogge trasferisce le attività all’interno. Le singole strutture prendono luce solo dall’interno, non avendo aperture esterne e sono legate tra loro da bassi muretti di recinzione. Questi ambienti, svolgono differenti usi, abitazione vera e propria, cucina, deposito viveri, ricovero attrezzi e mercanzie in genere. Nelle aree rurali, la tipologia costruttiva è caratterizzata da differenti soluzioni. Le coperture, non necessariamente hanno una protezione data da un intreccio vegetale di forma conica o piramidale. Nei villaggi Peulh, si possono vedere coperture piane, debitamente inclinate per contrastare eventuali depositi d’acqua meteorica, sfruttate come ulteriori spazi abitativi, utili per seccare granaglie, asciugare panni, pranzare etc....
I Bozo ed i Senufo, raggruppano in una stessa area i granai.

I Dogon invece, nella loro architettura antropomorfica, riuniscono i granai differenziandoli in granai maschili e femminili.

Le costruzioni di corpo cilindrico delle regioni meridionali, contrastano con i parallelepipedi delle zone centrali.

Mali - CITTA' e VILLAGGI


Il Mali (in francese République du Mali) è uno stato (1.240.142 km², 11.340.480 abitanti; capitale Bamako) dell'Africa occidentale situato all'interno e senza sbocchi sul mare.
Il Mali confina a nord con l'Algeria, il Niger ad est, il Burkina Faso e la Costa d'Avorio a sud, la
Guinea a sud-ovest, e il Senegal e la Mauritania ad ovest.
Il suo territorio, per la maggior parte pianeggiante, è costituito al nord da deserto, al sud dalla
savana.
Il Mali possiede una storia ricca e relativamente conosciuta. Il suo territorio è stato sede di tre
grandi imperi: l'Impero del Ghana, l'Impero del Mali e l'Impero Songhai.
I francesi iniziarono la colonizzazione del suo territorio nel 1864 e nel 1895 venne integrato
nell'Africa Occidentale Francese con il nome di Sudan francese.
La Repubblica Sudanese e il Senegal proclamarono la loro indipendenza dalla Francia nel 1960 con il nome di Federazione del Mali. Appena alcuni mesi dopo il Senegal si separò e la Repubblica Sudanese prese il nome di Mali.
Dopo un periodo di dittatura, nel 1991 si formò un governo di transizione che portò nel 1992 alle
prime elezioni democratiche, con Alpha Oumar Konare eletto presidente. Dopo la sua rielezione
nel 1997, Konare continuò le riforme politiche e economiche, lottando contro la corruzione. Alla
fine del suo secondo mandato, limite costituzionale per un presidente, fu sostituito nel 2002 da
Amadou Toumani Touré.
Il territorio della repubblica del Mali, stato dell'Africa Nordoccidentale privo di sbocchi sul mare, è formato da bassopiani cosparsi di colline rocciose. Gli unici rilievi notevoli si trovano nel sud-est del paese. Nella zona settentrionale si estende il Sahara, in quella centrale la regione climatica del Sahel, in via di inaridimento mentre quella meridionale è costituita da una savana umida irrigata
dai fiumi Niger e Senegal.
La siccità sta accelerando la desertificazione di tutto il territorio. La vegetazione è molto scarsa:
eucalipti e mimose al sud del Sahara, piante spinose al centro e baobab, acacie, e ceibe a sud.
Data la latitudine, la presenza del deserto in gran parte del suo territorio, il fatto che non ha
sbocchi sul mare, il Mali ha un clima subtropicale e arido. Durante la stagione secca, dal Sahara si
levano sovente roventi ondate che provocano siccità ricorrenti.
La quasi totalità della popolazione attiva è occupata nell'agricoltura, settore che partecipa per il
46% alla formazione del prodotto nazionale lordo; tuttavia il terreno arabile e le colture
arborescenti ricoprono meno del 2% del territorio. Oltre che per la scarsità di buoni terreni, il
livello produttivo è generalmente molto basso per la piovosità insufficiente e comunque
fortemente irregolare; si hanno poi ritardi ed errori dovuti alla organizzazione arcaica dell'attività agricola: al momento, neppure l'istituzione di un numero abbastanza considerevole di
cooperative ha dato esiti consistenti. Per quanto riguarda le coltivazioni tradizionali, destinate
all'alimentazione locale e peraltro in larga misura decimate dalle tremende siccità che a più
riprese hanno devastato il paese attorno alla metà degli anni '70, prevalgono il miglio (6,9 milioni
di q.), mentre il riso (3,7 milioni di q.), coltivato nelle zone irrigue del delta del Niger, è di
introduzione recente, così come il mais. Importanti per l'alimentazione locale sono anche la
manioca e la batata, nonché taluni ortaggi e legumi. Nelle zone irrigue si pratica in prevalenza
un'agricoltura moderna e commerciale, in parte ad opera delle cooperative di contadini di recente istituzione. Disastrosi sono stati però i raccolti di 1980, 1982 e 1983 per i danni causati dalla
siccità. Fra le colture predomina il cotone (2,4 milioni di q. tra fibra e semi), che è la principale
voce dell'esportazione nazionale; seguono l'arachide (1,6 milioni di q.), il tè e la canna da
zucchero. Altri prodotti destinati al commercio sono il tabacco, il karatè o "albero del burro", il
kapok, ecc. Purtroppo il paese non dispone di foreste, il legname è tutto importato attraverso il
Burkina dal Ghana e dalla Costa d'Avorio ed i pochi sprazzi di foresta vengono distrutti per offrire legna da ardere alle genti del paese che non dispone di altra energia: degli sforzi dovranno essere
fatti per arrestare la desertificazione con piantagioni di Curcas che fra le tante doti, coi semi,
offrirà gas ed energia alle popolazioni del paese; sono solo prodotti discreti quantitativi di gomma
arabica. Da rilevare poi il grave fenomeno del contrabbando di prodotti alimentari, avviati ai più
vantaggiosi mercati della Costa d'Avorio, del Burkina Faso e del Senegal.
Le strategie di valorizzazione del mondo rurale hanno sempre rivestito un ruolo fondamentale sia nelle politiche delle potenze coloniali che in quelle dello stato post-coloniale.
La pesca viene effettuata solo sul fiume Niger, visto che il Mali è privo di sbocchi sul mare, ed è
destinato esclusivamente all'autoconsumo della popolazione.
Il Mali possiede estesi giacimenti di fosfati, oro, uranio, ferro, manganese e sale, sebbene siano
poco sfruttati a causa delle infrastrutture carenti. Molto più modesti i giacimenti diamantiferi
situati nel sud-ovest del paese. Bamako. La discarica di Bamako, uno dei rari esempi di terziario.
L'industria del Mali presenta ancora i segni di un industria arretrata e ancora molto legata al
settore primario. Le industrie presenti sono concentrate quasi esclusivamente nelle vicinanze di
Bamako e comprendono: industrie chimiche, tessili, alimentari, diamantifere e del cemento, oltre
a quelle agroalimentari. L'industria garantisce il 26% delle entrate. La rete dei trasporti del Mali è molto limitata e comprende, oltre a strade poco e mal asfaltate che collegano Bamako con Segou, l'utilizzo di imbarcazioni per spostarsi sul fiume Niger. Nel nord del paese si usano
prevalentemente cammelli negli spostamenti.
Un miglioramento delle comunicazioni aiuterebbe il Mali ad intraprendere un certo sviluppo, visto che molte delle attività terziarie si svolgono sulle poche strade esistenti e i cibi, facilmente
deperibili, giungono nelle zone dove non è possibile la coltivazione in tempi molto lunghi, creando
così anche problemi sanitari in quelle zone.

LE PRINCIPALI CITTA’
la capitale Bamako; Aguelhok, Almoustarat, Andéramboukane, Anefis, Ansongo, Aourou,
Araouane. Bafoulabé, Ballé, Banamba, Bandiagara, Bankas, Bénéna, Bla, Bourem, Bouressa.
Diafarabé, Dialafara, Diamou, Didiéni, Diéma, Dilly, Dinagourou, Dioila, Dioura, Diré, Djenné, Doro, Douentza, Douna, Dyero. Fana, Faléa, Faraba, Filamana. Gao, Garalo, Gossi, Goundam, Gourma- Rharous. Hombori, I-n-Kak, I-n-Tabezas, I-n-Tallak. Kadioto, Karioumé, Kaogaba, Kati, Kayes, Ké Maina, Kéniéba, Kidal, Kinyan, Kita, Kofo, Kolondiéba, Kona, Konenzé,Koulikoro, Koundian, Koury, Koussané, Koutiala, Ktéla. Manankoro, Markala, Ménaka, Mopti, Mourdiah, Nangaré,Nampala,Nara, Niafounke, Niono, Nioro du Sahel, Nyamina. Ouatagouna,Ouolossébougou. San,Sandaré,Sébékoro, Séféto,Ségou, Sévaré, Siby, Sikasso, Sokolo, Taoudenni, Telatai, Ténenkou, Tessalit, Ti-n Essako, Timetrine, Tombouctou, Tominian, Toukoto, Yanfolila, Yélimané, Yorosso.
BAMAKO
Coi suoi 690.000 abitanti, la capitale e la città più popolosa del Mali. Sorge sul Niger, nelle vicinanze delle rapide che separano la valle del Niger superiore e la valle del medio Niger,
nella parte sud-occidentale del paese.
Il suo Porto fluviale, principale centro amministrativo e commerciale del Mali, è attivo grazie alla
produzione di caucciù, resina, legname e tessile; a cui si affianca la produzione di carne lavorata, di metallo e non ultimo in fatto d’importanza, il settore ittico. È scalo aereo internazionale. Abitata sin dal paleolitico, anche se la leggendaria fondazione è fissata nel sedicesimo secolo. Bamako, in origine Bammako («stagno del caimano» in lingua Bambara) sarebbe stata fondata verso la fine del sedicesimo secolo dai Nairé anticamente chiamati Niakate, che erano Sarakollé. Niaréla è uno dei quartieri più antichi di Bamako.
La città fu un importante centro commerciale nonché principale centro dell'insegnamento
dell'Islam, sotto l'impero del Mali, ma entrò in declino nel diciannovesimo secolo.
Alla fine del XIX secolo Bamako è un grosso villaggio fortificato di 600 abitanti, quando l'1
febbraio 1883, i francesi, con il generale Gustave Borgnis-Desbordes, la conquistarono.
Nel 1904, viene inaugurata la linea ferroviaria Dakar-Niger. Nel 1905, iniziò la costruzione
dell'Hôpital du point G, il vecchio ospedale. Nel 1908 Bamako diventa capitale del Sudan francese, e tra il 1903 ed il 1907 è costruito il palazzo di Koulouba, palazzo del governatore;
successivamente si riunirà la presidenza della Repubblica a partire dall'Indipendenza nel 1960.
Il 20 dicembre 1918, Bamako diviene un comune misto amministrato da un sindaco. Nel 1927 è
costruita la cattedrale mentre la "Maison des artisans" nel 1931. Nel 1947 viene eretto un primo
ponte sul Niger, e la grande moschea di Bamako risale al 1948.
Il 18 novembre 1955 Bamako diventa un comune a pieno titolo, il suo sindaco, Modibo Keïta, è
eletto la prima volta un anno più tardi.
La popolazione di Bamako, assai cresciuta, nel 1960 raggiunge circa i 160 mila abitanti.
Il 22 settembre 1960 è proclamata l'indipendenza del Mali e Bamako diventa capitale della nuova repubblica.
SEGOU
Segou è una cittadina dello Stato del Mali che si trova su una riva del Niger, abitata da poco più di 65mila abitanti si estende per circa 8km. È una città che sembra essere meno convulsa e caotica della capitale e fatte le dovute proporzioni risulta molto più vivibile. L’economia si basa principalmente sull’agricoltura, sul commercio e sulla pesca. La zona nella quale si trova Segou è un luogo molto ricco di storia; tra le mete turistiche che attirano maggiormente i visitatori ci sono le antiche rovine della città di Mbella, la capitale della tribù Bambara. Interessanti sono anche le moschee sia per l’architettura che per la testimonianza storica che rappresentano.
SAN
A circa 200 chilometri da Segou, incontriamo San, col suo particolare mercato del lunedì, ricchissimo di tessuti tradizionali (bogolan) e manufatti locali. Stupenda la moschea, una tra le più vecchie del paese, con le sue linee morbide ed i suoi volumi con colori derivati della grigia terra argillosa (bankò – terra cruda) che ne riveste la struttura e la
sua facciata ben ripartita dai tre minareti. Sulla piazzetta antistante, all’ombra di grandi nim, si possono osservare donne impegnate a riparare con infinita pazienza le calabasse (contenitori costituiti da mezze zucche vuote) rotte o fessurate. Con un punteruolo metallico eseguono dei forellini a lato della fessurazione pe poi legare tra loro i vari fori con l’ausilio di un laccio costruito con fibra vegetale intrecciata (solitamente pagliuzze imbevute d’acqua).
MOPTI
Crocevia per Tombouctou e per le falesie Dogon, tutto li intorno gravita attorno al suo porto, spolverato dalla laterite portata dal vento (Harmattan) che dona una particolare sfumatura rossastra alla città intera. Qui si possono incontrare Touareg giunti in città col sale di Taoudenni, Peul con le loro mandrie, Songhai provenienti dall’ansa del Niger , Dogon al mercato intenti a vendere le loro cipolle, Bobo con carichi di legna ed ovviamente i pescatori Bozo coi loro fardelli di
pesce affumicato. Tappa di qualsiasi viaggio nel nord est del paese, viene chiamata la Venezia del Mali poichè è costruita su tre isolotti collegati tra loro da dighe. Un tempo solo piccolo accampamento Bozo, ampliò le sue mura alla metà dell’800, quando El Hadj Omar Tall ne fece una base per le sue truppe nella guerra contro i Peul di Messina. Durante la colonizzazione francese, da quì partirono le piume di garzette ed aironi per agghindare le dame della belle epoque. Grazie al commercio privilegiato, col tempo riuscì addirittura a soppiantare Djenné, da sempre regina incontrastata del delta. Il porto fluviale quindi, è rimasto ancora oggi il cuore pulsante della città. È il centro di tutte le attività ed è crocevia di tutte le culture e le etnie del luogo. Qui si compra e si vende di tutto. Per raggiungere questo centro commerciale, i venditori giungono da ogni dove a bordo di pinasse (piroghe tradizionali) taxi brusse, camion, carri e quant’altro. Il mercato, ordinato per settori merceologici, si snoda su un sipario che mostra un palcoscenico dato dalle rive del fiume ed uno sfondo disegnato dalle basse abitazioni e dai pinnacoli della moschea. Amalgamandosi per godere degli scorci di un’Africa vera, qui si puo essere attori e spettatori allo stesso momento. Ci si immerge in un mondo che sembra fermo nel tempo, passando dai venditori di lastre di sale, ai mobilieri che lavorano il legno in stile “barocco Africano” e marocchino, dalle montagne di calabasses ai costruttori di pinasse per giungere al reparto stoffe multicolore e pesce esiccato, fino alle spezie colorate e profumate e così via continuando per differenti e molteplici settori merceologici tra i più disparati. Con l’ausilio di una piroga, si ha la possibilità di poter gustare l’interessante spettacolo delle poppe delle pinasse colorate e variopinte e dei pescatori intenti a lanciare le reti, visti direttamente dal fiume stesso, e con l’occasione far visita ad un villaggio rivierasco risalendo il fiume di qualche chilometro, scegliendo una delle due direzioni che la via d’acqua intraprende verso l’affluente (Bani) o il grande fiume (Niger).
DJENNE’
Djenné (anche Dienné o Jenne) è una piccola città di grande interesse storico e commerciale nel Delta del Niger del Mali. È situata ad ovest del Fiume Bani (il Fiume Niger scorre diversi chilometri a nordovest).
Ha una popolazione etnicamente molto variegata di circa 12000 persone (censimento del 1987). È famosa per le sue architetture di mattoni di fango, molto notevole è la Grande Moschea di Djenné, ricostruita nel 1907. Nel passato, Djenné fu un centro di commercio e cultura, e fu conquistata un gran numero di volte a partire dalla sua fondazione. Il suo centro storico è
stato designato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1988.
Amministrativamente è parte della Regione Mopti. fondata fu fondata circa nel 300 dai Bozo in un sito chiamato Djenné-Jeno, 1.5 km a monte del fiume. Il suo sito venne spostato nel 1043 o nel 13° secolo, quando la città fu convertita all'Islam. Questo incrementò la sua importanza come mercato e base per i commerci transahariani, e rivaleggiò presto con Timbuktu.
Djenné, nonostante la sua vicinanza, non fu mai parte dell'Impero Mali. Fu una città-stato
indipendente protetta dalle sue mura a dal Delta del Niger in Mali. Secondo le leggende, l'Impero
Mali tentò di conquistare Djenné 99 volte prima di arrendersi. Djenné non fu quindi conquistata
fino al 1453, quando l'Impero Songhai sotto Sonni Ali la prese. Si dice che l'assedio di Djenné
fosse durato 7 mesi e 7 giorni culminando con la morte del re della città e della sua definitiva
capitolazione. La vedova della città sposò Sonni Ali, e ricominciò la pace. Nel 1591, il Marocco
conquistò la città dopo aver distrutto l'influenza Soghai nella regione. Nel XVII secolo, Djenné
divenne un prospero centro di commerci e istruzione. La caravane da Djenné frequentarono città commerciali a sud come Begho, Bono Manso e Bonduku.
La città fece parti di parecchi altri stati. Djenné fu parte del Regno Segou dal 1670 al 1818 e
dell'Impero Massina sotto il regnante Fulani Amaddou Lobbo dal 1818 al 1893. Alla fine, i Francesi conquistarono la città quell'anno. Durante questo periodo, declinarono i commerci e la città perse parte della sua importanza. Il Vaso di terracotta di Djenné e tutti qli altri prodotti di terracotta mostrano l'unica cultura di Djenné.
Oggi, Djenné è un centro agricolo e del commerco di pesci, caffè e noccioline. È conosciuta per il
suo importante mercato del Lunedì.
Le maggiori attrazioni includono la tomba di Tupama Djenepo, che fu sacrificato, secondo una
leggenda, alla fondazione della città. Importante anche ciò che rimane di Jenné-Jeno, una città
più grande esistita dal III secolo a.C. fino al XIII secolo.
In Djenné è degno di attanzione il fatto che diventa un'isola quando il fiume Niger cresce alla fine
della stagione delle piogge.
Gli abitanti di Djenné in gran parte parlano una lingua Songhai, una variazione chiamata Djenné
Chiini, ma le lingue parlate riflettono anche la diversità dell'area. I villaggi attorno Djenné
parlano anche Bozo, Fulfulde o Bambara.
Jenné-Jeno: Le rovine dell’antica citta di JennÉ-Jeno si trovano presso un sito archeologico in
corso di scavo, dove lavora attualmente una squadra di professionisti. Un tempo era una florida
capitale, ma fu abbandonata nel XV secolo per ragioni tuttora sconosciute e oggi non è altro che
una piana spoglia, disseminata di una spessa coltre di cocci e detriti, tra i quali sono stati scoperti
utensili e gioielli in ferro che suggeriscono un uso precoce di questo minerale (almeno per quanto
riguarda l'Africa). JennÉ-Jeno dista 3 km da Djenné
BANDIAGARA
Capoluogo amministrativo della regione che da il nome alla falesia.
Questo principale centro dell'area Dogon, nonché l'antica capitale dell'Impero dei Toucouleur. Si trova nell'omonimo circolo, a sua volta facente parte della regione di Mopti.
Lo scrittore Amadou Hampâté Bâ e' originario di questa localita'. Il circolo di Bandiagara è un circolo del Mali, situato a sud del fiume Niger. La zona di Bandiagara è celebre per la sua
rilevanza etnologica, archeologica e orografica, in particolare per la Falesia di Bandiagara. Nulla di particolarmente interessante tranne un paio di palazzi dell’epoca “toucouleur”, ma occorre fare
attenzione al centro di medicina tradizionale, costruito dall’architetto napoletano Fabrizio Carola. Questo centro, riconosciuto e frequentato da medici di tutto il mondo, è stato realizzato grazie
all’impegno dallo psichiatra pisano Piero Coppo, che ha lavorato e lavora tutt’ora con sciamani e
guaritori della falesia, per arrivare a fissare risultati riconosciuti a livello mondiale.
SANGHA-SONGHO
Songho, preludio al paese Dogon, a pochi cilometri da Bandiagara. È il primo villaggio importante
e di una certa “consistenza” che si incontra prima di arrivare nel cuore della falesia. Interessante
è l’antro della circoncisione ed escissione. Per raggiungerlo occorre percorrere a piedi un sentiero, per una ventina di minuti circa, che parte dal centro del villaggio. Sanghà è il cuore del paese
Dogon. Dopo circa 45 km da Bandiagara, si raggiunge il piccolo centro percorrendo una carrabile
in leggera salita che si snoda tra roccioni, gole, dighe e campi di cipolle. Le coltivazioni che
contornano il percorso, sono punteggiate dai cappelli a punta dei granai. I Dogon abitano una
falesia d’arenaria (sopra e sotto) sfruttando la poca terra coltivabile che si incunea in essa.
Interessanti, oltre alle costruzioni stesse, lascito dell’antica popolazione Tellem, sono i manufatti utili ad utilizzare i terrazzamenti di terra riportata, quali i “barrages”, dighe che permettono ai coltivatori di trattenere l’acqua nella stagione secca ed i sentieri costituiti da piccoli contarafforti a secco. Sangha è importante non tanto per la cittadina stessa, o per il variopinto mercato, ma perchè è il punto di partenza fondamentale per le visite ai numerosi villaggi sparsi su circa trecento chilometri di falesia
TOMBOUCTOU
Timbuktu (o Timbuctu o Tombouctou) è un'antica città del Mali, considerata la capitale di uno
dei veri quattro sultanati (salvo il sultanato supremo di Costantinopoli). Raggiunse il massimo del suo splendore intorno al 1300, quando fu polo culturale del mondo arabo e così ricca d'oro da essere considerata una specie di Eldorado del tempo. È celebre il suo Sultano Kanka Musa che organizzò un pellegrinaggio alla Mecca con oltre 8000 portatori e centinaia di cammelli. La città è ancora viva in epoca moderna e pur non godendo delle ricchezze materiali di un tempo conserva una piccola parte delle ricchezze culturali dell'epoca, compresi manoscritti del XIII secolo e opere di Avicenna. È stata dichiarata Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO ed è stata proposta come una delle sette meraviglie moderne.
SIKASSO
Città del sud del Mali, a 375 km al Sud-Est di Bamako è la capitale della terza regione amministrativa. La popolazione, censita al 2005, contava 135.000 abitanti, per cui puo essere
considerata la seconda città del Mali.
Situata a 100 km della frontiera della Costa d'Avorio ed a soli 45 km di quella del Burkina-Faso,
Sikasso è considerata una cittàcentro tra i paesi costieri (Togo, Benin, Ghana, Costa d'Avorio) ed
i paesi incastrati (Burkina-Faso e Mali).
Beneficiando di un clima subtropicale, la produzione agricola è abbondante. Frutta e verdura sono disponibili tutto l'anno e l'autosufficienza alimentare è garantita a differenza del resto del Mali.
La città di Sikasso è stata fondata da Mansa Daoula Traoré. Fu la capitale del regno del
Kénédougou. Occorre a tal proposito fare attenzione alla conformazione architettonica che
presenta una sorta di “muro difensivo” costruito nel 1890 da Tiéba Traoré, re del Kénédougou,
per proteggere la città contro le incursioni di Samory Touré e dagli attacchi delle truppe coloniali
francesi.
Nell'aprile 1898, il colonello Audéoud prendendo a pretesto un rifiuto da parte di Babemba
Traoré, successore di Tiéba, alla guida di una guarnigione francese attacca la città. Le mura
costituite da tre recinti che resistettero a Samory, cedettero alle granate moderne e nonostante i
contrattacchi violenti dei difensori, la città cadde e fu presa al termine di due giorni di assedio, il
1° maggio 1898.
Solo nel 1954 prese piede un governo misto della città che permise alla stessa di divenire
successivamente un comune autonomo solo nel novembre del 1955.
I luoghi di interesse naturale o storico della regione si possono annoverare nelle rovine del
leggendario muro di Sikasso, nel “capezzolo”, una piccola collinetta al centro della città, affacciata
sul mercato principale (domenica) dove si riunivano i re de Sikasso, nelle grotte di Missirikoro a
13 km dalla città, nelle cascate di Farako a 20 km dal centro abitato e nel palazzo dei re del
Kenedougou.
Un’appuntamento importante per la regione è Il festival “triangolo del balafon, dedicato allo
strumento musicale tradizionale, si svolge ogni anno nella città di Sikasso.
GAO
Città situata all’estremo est del Mali orientale. Adagiata sulle rive del fiume di Niger, si affaccia alle soglie meridionali del deserto del Sahara. Dista circa 320 chilometri (sud est) da Tombouctou. Gli abitanti sono prevalentemente di etnia Songhai.
Fondato dai pescatori nel settimo secolo, è uno di più vecchi centri commerciali in Africa occidentale. Gao è divenuta capitale dell'impero di Songhai prima dell’undicesimo secolo. Secondo le usanze Songhai la città prosperò come centro commerciale dedita alla ricezione ed
al trasporto della merce per le vie Sahariane. Importante crocevia per oro, rame, schiavi e sale.
Il regno Maliano annesse per la prima volta Gao nel 1325, ma i Songhai riguadagnarono il controllo circa 40 anni dopo, nel 1365. La successiva impronta Marocchina, fece si
che Gao stessa rientrasse a far parte di un progetto di sviluppo molto più ampio, fino al 1591, trasformando ed ampliando i settori commerciali che già vi operavano. In seguito vi fu un calo d’interesse commerciale che ha portato la città stessa nelle condizioni attuali. Oggi Gao serve da collegamento fluviale, fungendo da “lungo braccio” alle merci che giungono o partono dalle città di Mopti e Kulikoro. Un incrocio di strade nel Sahara collegno la città con l'Algeria, con Timbuktu, mentre una direttrice importante la collega con Mopti. I raccolti (frumento, riso e sorgo) si sviluppano da irrigazione vicino alla banca del Niger e da fosfato è estratto nel Nord di zona di Tilemsi della città.