GRAZIE DI ESISTERE PIERO........................
lascia un tuo commento sulle singole schede
mercoledì 8 aprile 2009
AFROMEDICINA (tradizionale) - interviste a Piero Coppo
GRAZIE DI ESISTERE PIERO........................
Leggende Africa Nera: GENESI DOGON
Leggende Africa Nera: Lite tra cielo e terra (Dogon)
gli uomini cacciarono la bestia nella boscaglia. a quel tempo le donne prendevano le stelle per darle ai bambini. gli astri brillavano e spandevano raggi. quando i bimbi erano stanchi di questi giochi, le madri li rimettevano al loro posto. il sole assai vicino bruciava gli uomini; era molto più grande di oggi, più grande di tutta la regione di Sangà. il cielo troppo basso intralciava le donne quando sollevavano il pestello del mortaio.una vecchia un giorno lo respinse col suo bastone, mettendolo al posto che occupa oggi. così gli uomini poterono crescere.
DOGON: IL POPOLO CHE VIENE DALLE STELLE
I Dogon sono da sempre abili intagliatori del legno, un’arte ereditata dai Telem che vissero in questa regione molti secoli prima dell’arrivo del "popolo delle stelle". L’abilità dei Dogon nel lavorare il legno si manifesta soprattutto nel ritrarre figure femminili; tuttavia, molto apprezzate, sono anche le porte e le splendide ed elaborate maschere rituali, quale, ad esempio, quella chiamata Kanga, sormontata da una croce uncinata o svastica, un simbolo, quest’ultimo, antichissimo e ricorrente in numerose culture e civiltà del passato che, secondo il celebre antropologo francese Marcel Griaule, rappresenterebbe l’equilibrio tra cielo e terra e quindi l’ordine universale.La sconcertante peculiarità antropologica, che differenzia questa etnia da altri popoli tribali, consiste nel fatto che gli anziani dimostrano di possedere delle anacronistiche e complesse cognizioni astro-cosmogoniche incredibilmente precise e dettagliate.Il primo contatto tra i Dogon e la cosiddetta civiltà risale al 1907 e a partire dal 1931 due antropologi francesi, il già citato Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, iniziarono a studiare questa etnia, vivendo per molti anni a stretto contatto con i suoi membri e riuscendo persino a conquistare la stima e la fiducia degli anziani e dei sacerdoti. Ciò che più sorprese i due antropologi francesi, non appena ebbero modo di conversare con i sacerdoti e che continua ancora oggi a meravigliare chiunque si avvicini in un modo o nell’altro a questo popolo, consiste nel fatto che, nonostante che i Dogon abbiano stabilito il primo contatto con l’uomo civilizzato alla fine della prima decade del secolo scorso, essi possedevano già a quei tempi conoscenze di carattere astronomico che teoricamente non avrebbero dovuto avere, conoscenze parte delle quali non era ancora stata acquisita dalla stessa scienza ufficiale dell’epoca.Molti studiosi ritengono che il sapere iniziatico dei Dogon derivi da un retaggio culturale antico migliaia di anni ed il fatto che gran parte di tale sapere sia di carattere scientifico indurrebbe ad accarezzare, anche solo per un istante, l’idea che in epoche remote gli antenati dei Dogon abbiano interagito con una civiltà molto più evoluta e soprattutto, tecnologicamente più avanzata.
Nel 1946 Marcel Griaule venne iniziato dagli anziani della tribù ed ebbe così accesso al "corpus" di conoscenze che fino a quel momento era stato di dominio esclusivo dei membri della casta sacerdotale.Lo sciamano Ogo Temmeli, con cui Griaule strinse una profonda amicizia, spiegò all’antropologo che le conoscenze astro-cosmogoniche, in possesso degli anziani e dei membri della casta sacerdotale, erano state trasmesse loro dai misteriosi Nommo, creature anfibie civilizzatrici originarie del sistema stellare di Sirio.Nel saggio dal titolo "Le Renarde Pale", che G. Dieterlen fece pubblicare nel 1965 dall’Istituto Francese di Etnologia dopo la scomparsa di Griaule ed in cui venne trascritta tutta l’esperienza che i due antropologi vissero con i Dogon, è riportato che in un’occasione i sacerdoti tracciarono sul terreno alcuni disegni, dimostrando a Griaule di possedere una solida conoscenza astronomica, soprattutto relativa alla stella Sirio. Quest’ultima, dopo il Sole, è la stella più luminosa dell’emisfero boreale ed è situata nella costellazione del Cane Maggiore, a circa 8,7 anni luce dalla Terra.In realtà Sirio è un sistema ternario, ossia un sistema stellare costituito da almeno tre stelle, di cui le prime due furono rilevate grazie all’impiego di telescopi mentre l’esistenza della terza fu dedotta matematicamente. Gli astronomi hanno denominato le prime due stelle del sistema di Sirio, Sirio A e Sirio B; l’esistenza di quest’ultimo astro fu per la prima volta teorizzata dall’astronomo tedesco Friedrich Bessel a seguito di una serie di osservazioni di irregolarità nel moto di Sirio A, tuttavia bisognerà attendere il 1862 per la sua scoperta ufficiale, anno in cui l’astronomo statunitense Alvan Clark, utilizzando un telescopio tra i più perfezionati dell’epoca, ne scoprì l’esistenza.La conferma dell’effettiva scoperta di Sirio B, tuttavia, giunse solo nel 1970, quando venne fotografata per la prima volta.È estremamente interessante notare come i Dogon sapessero e sappiano che Sirio non è un’unica stella, bensì un sistema ternario, un sistema stellare, cioè, costituito da tre stelle e di come siano anche al corrente del fatto che Sirio B effettua una rivoluzione intorno a Sirio A, descrivendo un’orbita ellittica in un periodo di 50 anni. I Dogon, inoltre, conoscono l’esatta posizione che Sirio A assume all’interno dell’orbita ellittica descritta da Sirio B. Questo astro viene chiamato dai Dogon "Digitaria", anche se nella lingua iniziatica i sacerdoti lo designano con il termine "Po Tolo", dove "Tolo" significa "stella" e "Po" è il nome che i Dogon assegnano ad una particolare varietà di cereale la cui peculiarità risiede nel fatto che è piuttosto pesante nonostante le sue ridotte dimensioni, denotando quindi una notevole densità.I sacerdoti non potevano scegliere un nome più appropriato per designare questo cereale, in quanto, si da il caso che Sirio B sia una nana bianca, ossia una stella caratterizzata da una densità estremamente elevata! Tale peculiarità fisica era conosciuta assai bene da questo popolo, difatti, di Po Tolo, i sacerdoti dicono che sia composta da una sostanza "più pesante di tutto il ferro della Terra"!La cerimonia più importante dei Dogon è indubbiamente il rito Sigui, dedicato a Digitaria, che viene celebrato ogni 50 anni, periodo corrispondente a quello di rivoluzione di Sirio B intorno a Sirio A (l’ultima celebrazione risale agli anni Sessanta). Durante questa cerimonia rituale i partecipanti bevono una birra ottenuta facendo distillare l’estratto del seme del cereale da cui Sirio B prende il nome. Nel periodo delle celebrazioni in onore di Sirio, gli uomini intagliano la Grande Maschera, detta "Iminana", dalle fattezze di un serpente allungato che talvolta raggiunge anche un’altezza di 10 metri.Durante il Sigui, i Dogon mettono in scena danze rituali e narrano la storia delle loro origini servendosi dell’Iminana, la quale viene conservata in una caverna segreta sopra il villaggio ed utilizzata in occasione di questa cerimonia e dei funerali. Secondo una tradizione, difatti, allorché un membro della comunità viene a mancare, il suo spirito vaga inquieto alla disperata ricerca di una nuova "dimora" che lo possa ospitare. Il timore per ciò che potrebbe accadere ad un vivente, qualora lo spirito del trapassato prendesse possesso del suo corpo, spinge i Dogon a recarsi nella caverna nella quale è custodita l’Iminana e a portarla nella casa del defunto per una cerimonia rituale, il cui fine è quello di sollecitare lo spirito a entrare all’interno della maschera anziché del corpo di un vivente.
La profonda conoscenza che i Dogon dimostrano di possedere in merito al sistema di Sirio, comunque, va oltre. Difatti Ogo Temmeli rivelò a Griaule che una seconda compagna di Sirio A accompagna "Po Tolo" nella sua rivoluzione intorno alla stella principale, una compagna che i Dogon chiamano "Emmeia" o "Sorgo Femmina".Quando il sacerdote Dogon svelò a Griaule l’esistenza di una terza stella nel sistema di Sirio, si rivolse all’antropologo francese con queste parole: "La stella Emmeia o Sorgo Femmina è più grande e quattro volte più leggera di Po Tolo e viaggia su una traiettoria maggiore nella stessa direzione. È proprio Sorgo Femmina la sede delle anime di tutti gli esseri, viventi e futuri."Fino a poco tempo fa, nel mondo accademico, non si faceva menzione di Sirio C, ritenendo il sistema stellare di Sirio binario e non ternario; tuttavia, recentemente, gli astronomi si sono dovuti ricredere, dando ragione ai Dogon, in quanto l’esistenza di Sirio C è stata rilevata a seguito degli effetti perturbatori che questa stella esercita sulle orbite dei due corpi principali. Sirio C orbiterebbe intorno a Sirio A in un periodo di 6 anni ed è quasi certamente una nana rossa di magnitudine 15, vale a dire milioni di volte meno luminosa di Sirio A, quindi la sua luminosità verrebbe celata da quella ben maggiore della stella principale.Non esistono ancora strumentazioni ottiche sufficientemente sofisticate da consentire l’osservazione di un corpo celeste la cui luminosità risulta essere di diversi ordini di grandezza inferiore a quella della stella principale intorno alla quale ruota, né, a maggior ragione, è possibile osservare un simile astro ad occhio nudo. L’esistenza di Sirio C, difatti, è attestata solo da complicati algoritmi eseguiti nel 1997.La straordinarietà delle cognizioni astro-cosmogoniche relative al sistema stellare di Sirio, come di altri corpi celesti, risiede nel fatto che un tale nozionismo scientifico non può essere in alcun modo acquisito senza l’ausilio di adeguate e sofisticate apparecchiature strumentali.La conoscenza che i Dogon hanno dell’universo non è tuttavia limitata al sistema stellare di Sirio, difatti i sacerdoti sono soliti raffigurare, ad esempio, il pianeta Saturno con due cerchi concentrici, inducendo a ritenere che essi sappiano che il sesto pianeta del Sistema Solare è circondato da un sistema di anelli. Di Giove i Dogon sanno che si muove assieme a "quattro compagne", verosimilmente identificabili con i quattro satelliti galileiani, Io, Europa, Ganimede e Callisto, corpi che l’astronomo pisano scoprì nel 1610 grazie al suo rudimentale telescopio.Anche la Terra sembra non avere segreti per i Dogon, i quali, difatti, amano raffigurarla come una sfera, dando dimostrazione del fatto che un gruppo etnico allo stadio tribale e ad un livello di civilizzazione preindustriale era a conoscenza del fatto che il pianeta che lo ospita non è piatto, come fino a qualche secolo fa riteneva la scienza ufficiale, bollando come eretici chiunque osasse proporre teorie alternative.Della Terra i Dogon sanno anche che ruota intorno al proprio asse e insieme ad altre sfere, verosimilmente gli altri pianeti del Sistema Solare, anche intorno al Sole. Sanno inoltre che il satellite naturale della Terra, la cara vecchia Luna, è "morta e disseccata" e che l’Universo "è un’infinità di stelle e di vita intelligente"! I sacerdoti, infine, sostengono che la galassia di cui il Sistema Solare fa parte, la Via Lattea, esegue un movimento a spirale cui partecipa anche il Sole con tutti i suoi pianeti. Questo dato venne ottenuto dagli astronomi occidentali solo all’inizio del ventesimo secolo, nonostante i Dogon lo conoscessero, sia pure in forma simbolica, da migliaia di anni.Molte antiche civiltà svilupparono una conoscenza della volta celeste piuttosto approfondita, basandosi, nella quasi totalità dei casi, sulla paziente osservazione ad occhio nudo del cielo stellato. Tale conoscenza, nella stragrande maggioranza dei casi, era finalizzata all’interpretazione del moto dei corpi celesti, poiché si riteneva che essi potessero influenzare le decisioni, le azioni ed i pensieri degli uomini e perché si credeva che potesse essere utilizzata anche per preconizzare gli accadimenti futuri. L’etnia Dogon, tuttavia, si differenzia notevolmente da queste civiltà in quanto le cognizioni astronomiche di cui gli anziani ed i sacerdoti sono in possesso costituiscono un vero e proprio nozionismo scientifico, la cui natura e origine sfuggono ancora ad una spiegazione razionale.I propugnatori dell’ipotesi extraterrestre e gli studiosi di paleoastronautica, ossia di quella disciplina di frontiera che si prefigge lo scopo di studiare ed analizzare gli anacronismi storico-archeologici presumibilmente imputabili a possibili incontri avvenuti nel passato tra l’uomo ed antichi astronauti esponenti di una o più civiltà aliene giunti sulla Terra, avanzano l’ipotesi secondo cui le incredibili cognizioni astro-cosmogoniche in possesso dei Dogon costituiscano una sorta di reminiscenza culturale di contatti verificatisi nel lontano passato tra gli antenati di questi ultimi ed una legazione aliena proveniente da uno o più mondi appartenenti al sistema stellare di Sirio.È interessante sottolineare che i Nommo, le creature civilizzatrici provenienti dalle stelle e considerate semidivine, sono raffigurati per metà umani e per l’altra metà pesci, ossia come esseri anfibi.Una leggenda Dogon narra che i Nommo raggiunsero la Terra a bordo di una grande arca circolare, la quale atterrò producendo un rumore assordante e provocando una violenta tempesta di sabbia. Ogo Temmeli descrisse l’evento a Marcel Griaule con le seguenti parole: "Il dio dell’universo Amma aveva mandato sulla Terra il Nommo.
Il Nommo atterrò nell’arida valle della volpe. Mentre la sua arca scendeva, un’enorme nuvola di polvere si alzò dal terreno. Il Nommo era rosso come il fuoco, ma quando atterrò divenne bianco. Intanto, una stella era apparsa nel cielo, ma sparì quando il Nommo se ne andò."Alcuni studiosi interpretano alla lettera questa rivelazione ed ipotizzano che il Nommo sia in realtà la rappresentanza aliena incaricata di stabilire un contatto con la nostra civiltà e che la frase "atterrò nell’arida valle della volpe" si riferisca al fatto che la legazione extraterrestre atterrò da qualche parte in Egitto a bordo di un veicolo spaziale. Nel corso della manovra di atterraggio, l’arca dei Nommo, ossia la navicella spaziale, avrebbe sollevato una tale quantità di polvere e di sabbia dal terreno da sembrare a tutti gli effetti una vera e propria tempesta di sabbia naturale. La quarta frase, sempre secondo i fautori dell’ipotesi extraterrestre, è particolarmente illuminante, in quanto il Nommo sarebbe il veicolo alieno mentre il cambiamento di colore dal rosso al bianco di quest’ultimo, verificatosi durante la manovra di atterraggio, richiama alla memoria una caratteristica che contraddistingue gli odierni UFO ("Unidentified Flying Objects", oggetti volanti non identificati) in numerosi avvistamenti; ossia il fatto che il colore della luminescenza da loro emessa muta a seconda della manovra che stanno compiendo. Al fine di comprendere la causa della variazione cromatica associata alla modificazione dell’assetto di volo di tali velivoli di presunta natura aliena, è inevitabile fornire qualche dettaglio tecnico.L’intensa luminosità che caratterizza la maggior parte degli oggetti volanti non identificati avvistati nei cieli di tutto il mondo e che potrebbe celare al suo interno un oggetto strutturato sarebbe in realtà una sorta di involucro di plasma formatosi intorno al veicolo a seguito della ionizzazione delle molecole dei gas presenti nella regione di spazio atmosferico localizzata nelle sue immediate vicinanze.Il sistema propulsivo del veicolo comporterebbe l’emissione di un campo energetico radiante di natura elettromagnetica, la cui intensità sarebbe tale da eccitare e rimuovere gli elettroni della configurazione elettronica esterna degli atomi costituenti le molecole di determinati gas atmosferici. In questo modo verrebbe a costituirsi una sfera di plasma in cui coesistono molecole ed atomi ionizzati ed elettroni liberi; stato della materia, quest’ultimo, molto particolare, in cui gli elettroni liberi sono caratterizzati da un’elevata energia e sono responsabili dell’eccitazione di quelli contenuti nelle molecole dei gas. Tale eccitazione, a seguito della collisione tra gli elettroni liberi e le molecole dei gas atmosferici, è sufficiente a scagliare gli elettroni di queste ultime ad un livello energetico superiore e non appena essi ritornano allo stato energetico fondamentale (ossia di riposo) le molecole dei gas cedono l’energia precedentemente assorbita attraverso l’emissione di fotoni, la cui lunghezza d’onda è compresa nella banda del visibile dello spettro elettromagnetico e corrisponde, ad esempio nel caso in cui l’oggetto si muova in quota, al colore rosso. È lecito a questo punto ipotizzare che una variazione dell’assetto di volo, finalizzata ad esempio a compiere una manovra di atterraggio, comporti una modificazione dei parametri del sistema di navigazione e che tale modificazione si rifletta in una variazione delle modalità di funzionamento del sistema propulsivo ed in un conseguente mutamento dell’intensità del campo elettromagnetico emesso dall’oggetto.Al variare dell’intensità del campo elettromagnetico varierebbe anche il grado di ionizzazione delle molecole dei gas atmosferici e la natura stessa di tali gas ed in ultima analisi la lunghezza d’onda dei fotoni emessi, lunghezza d’onda che potrebbe corrispondere ad un colore dell’alone di ionizzazione, nella fattispecie il bianco, diverso da quello associato allo spostamento dell’oggetto in quota.L’ultima frase del sacerdote Dogon induce gli studiosi di paleoastronautica ad ipotizzare che la stella apparsa nel cielo durante l’atterraggio dell’arca dei Nommo sia in realtà un’astronave madre di grandi dimensioni rimasta in quota e da cui sarebbe partita l’arca, identificabile, a questo punto, in una sorta di navicella di ricognizione. Tale ipotesi, peraltro, sarebbe coerente con l’ultima parte della frase, quella in cui Ogo Temmeli racconta che la stella apparsa in cielo scomparve non appena il Nommo se ne andò, fatto che potrebbe essere interpretato come la partenza dell’astronave madre dopo il rientro della navicella di ricognizione. Sempre secondo quanto narrato da questa leggenda, le creature anfibie provenienti dalle stelle, una volta ‘sbarcate’ dall’arca, cercarono un luogo in cui vi fosse dell’acqua in cui immergersi, comportamento che avrebbe ingenerato negli antenati dei Dogon la credenza che i Nommo fossero effettivamente esseri anfibi.Lo studioso statunitense Robert Temple, nel libro "The Sirius Mystery" - "Il Mistero di Sirio", avanza l’ipotesi secondo cui il presunto "incontro ravvicinato" che i Dogon avrebbero avuto con la delegazione aliena proveniente da Sirio non abbia avuto luogo in realtà nella regione in cui oggi risiedono i Dogon, cioè il Mali, bensì altrove, in quanto i loro antenati vi si stabilirono a ondate successive in epoca relativamente recente, tra il 1200 ed il 1500 d.C..Secondo quanto riportato da Temple nel suo libro e postulato anche da alcuni etnologi, questo gruppo etnico in realtà sarebbe costituito dai diretti discendenti di un antico popolo di origine mediterranea, i Garamanti, i quali, in un remoto passato, stabilirono contatti culturali e commerciali con gli antichi Egizi e gli Assiro-babilonesi in Mesopotamia.
Nel corso dei secoli i Garamanti si sarebbero progressivamente spinti verso le regioni situate a sud-ovest del deserto del Sahara, dove si sono definitivamente stabiliti.Il fatto che in Egitto e soprattutto in Mesopotamia, siano state rinvenute curiose raffigurazioni e bizzarre statuine di creature anfibie, quali, ad esempio, il mostruoso istruttore Oannes babilonese ed i mitici Dagon e Atargatis dei Filistei, nonché testi in cui tali ibridi uomo-pesce sono i protagonisti di leggende e tradizioni, induce i fautori dell’ipotesi extraterrestre a ritenere che gli antenati dei Dogon, i Garamanti, abbiano acquisito le conoscenze astro-cosmogoniche, che in futuro avrebbero reso così famosi i loro discendenti, a seguito degli scambi culturali con le popolazioni dell’antico Egitto e della terra del Tigri e dell’Eufrate, popolazioni che avrebbero interagito nella notte dei tempi con una civiltà proveniente dal sistema stellare di Sirio.
lunedì 25 agosto 2008
Mali - MUSICA, UN PO' D'ARTE E NON SOLO....
L’africa è la patria della tradizione orale, quell’insieme di saperi che presentano una modalità di trasmissione diretta, senza l’uso di supporti scritti. Questo genere di sapere si traduce in molte forme differenti di narrazione e performance ed è particolarmente diffuso tra le popolazioni che vivono nell'Africa sub-sahariana, tanto da riferirsi ad esse come a "civiltà della parola". Il veicolo di comunicazione è dunque interamente ed esclusivamente dato dalla voce. I saperi relativi alla
tradizione orale africana possono appartenere ad ambiti molto diversi: possono esserci tradizioni orali storiche, mitologiche, musicali, religiose, politiche, giuridiche, letterarie.
Come sostiene il famoso intellettuale maliano Amadou Hampâté Bâ (1900-1991): "le tradizioni orali sono gli archivi letterari, storici e scientifici dell'Africa".
Amadou Hampâté Bâ (Bandiagara, 1900 – Abidjan, 15 maggio 1991) è stato uno scrittore, filosofo e antropologo maliano - Figlio di Hampâté Bâ e di Kadidja Pâté Poullo Diallo, egli apparteneva ad una famiglia nobile fulbe. Dopo la morte di suo padre, sarà adottato dal secondo marito di sua madre e iniziato ai saperi e alle pratiche del suo popolo. Frequentò la scuola coranica di Tierno Bokar, un membro della confraternita tidjaniyya ed in seguito occupò diversi ruoli all'interno dell'amministrazione coloniale francese, prima a Bandiagara, poi a Djenné. In seguito a numerosi scontri con gli amministratori, si spostò frequentemente nella regione allora chiamata Alto Volta (oggi Burkina Faso). Tra il 1922 e il 1932, occupò diversi incarichi in svariate città burkinabé e nel 1933, ottenne un congedo di 6 mesi che trascorse dal suo maestro Tierno Bokar. Nel 1942, ottenne un incarico dall’Institut Français d’Afrique Noire (IFAN) di Dakar grazie al suo direttore, il professor Théodore Monod. In questo contesto, poté effettuare importanti ricerche sulle tradizioni orali. Nel 1951, ottenne una borsa di studio dall'Unesco che gli
permise di svolgere un soggiorno di studi a Parigi e di conoscere i maggiori africanisti dell'epoca, come Marcel Griaule. Nel 1960, in seguito all'indipendenza del Mali, fondò l'Istituto di Scienze umane a Bamako e rappresentò il suo paese alla conferenza generale dell'Unesco. Nel 1962 venne nominato membro esecutivo dell'Unesco e nel 1966 partecipò all'eleborazione di un sistema unificato per la trascrizione delle lingue africane. Nel 1970, Hampate Ba decise di lasciare i suoi
incarichi ufficiali e diplomatici per dedicarsi interamente ad un progetto di ricerca e d'archiviazione del patrimonio orale dell'Africa occidentale, consacrandosi perciò ad un lavoro di ricerca e di scrittura: gli ultimi anni della sua vita, trascorsi ad Abidjan, lo porteranno alla scrittura di due romanzi autobiografici, Amkoullel, il bambino fulbe e Signorsì, comandante, pubblicati postumi, nel 1991.
I suoni Malinkè
La armonie tradizionali Maliane si sono sviluppate grazie all’uso di strumenti “classici” come il Balafon, la Korà ed il doundoun. In linea generale, narrano trame epiche e canti di lode.
Questi motivi vengono espressi prevalentemente dai “Djeli” (Griot) appartenenti al gruppo etnico Malinkè (Mandingue). L’arte dei djeli viene trasmessa di padre in figlio, ed i musicisti appartengono a poche famiglie ben conosciute: Kouyate, Diabate, Sissoko, Kone, Kamissoko, Sacko Koite, Tounkara, Konate, i Kanoute, i Kante.
I maninka non appartenenti a queste famiglie non possono definirsi djeli e non possono svolgere il loro ruolo sociale.
Esistono comunque artisti che non rientrano nel “rango nobiliare” della musica tradizionale, che producono ottima musica libera da vincoli tradizionali, ma non saranno mai coinvolti nel circuito dei concerti privati e di cerimonie insite nella società maliana, che assicurano ai djeli un lavoro costante e un conseguente introito economico sicuro. Un esempio di “djeli libero” lo troviamo in Salif Keita o Habib Koite. I malinke si distinguono in tre sottogruppi dialettali, ciascuno con la propria tradizione musicale.
La musica “classica” del Djeli che si identifica quindi con la tradizione dei Maninka abitanti nel Mali occidentale, si avvale di scale armoniche “eptatoniche” unite al grande repertorio epico proveniente da siti storici come Kita e Kela, sono interpretati da nomi illustri come Kandia Kouyate, Amy Koita, Kassemady Diabate. (brani di riferimento: Sundjata, Kulandjan, Mali Sadjo)
A differenza degli altri stili, la musica dei djeli malinke che aderisce in maniera ferrea alle regole ed ai vincoli della tradizione, tende a mantenere la sua specificità di musica nobile, di corte, alla quale è affidata la rilevante responsabilità di custodire la cultura del passato. A tal proposito, esisterebbe un certo snobbismo nei confronti degli altri musicisti e generi musicali.
I ritmi Bambarà
Il gruppo etnico più diffuso nel Mali, con centro geografico a Segou, i Bambara invece producono una musicalità che fluisce incessantemente dalle numerosissime radioline sparse in ogni luogo, dal taxi alla bottega alimentare. Questa melodia si differenzia da quella maninka innanzitutto perché si basa su una scala armonica pentatonica, ed i suoi ritmi sono influenzati dalla sonorità del nord, di matrice Songhai, con elementi arabi. Nel canto invece, la voce ricorre a forme “antifonali” (con più linee melodiche del tutto indipendenti l’una dall’altra, sia dal punto di vista
melodico che ritmico), basate su dialoghi tra solisti e cori. Lo strumento prevalente è lo n’goni, mentre è raro ascoltare il suono della korà.
Il suono Bambarà differisce inoltre da quella Djeli a causa delle sue radici. La musicalità derivante dalla casta di cacciatori, che nasce da antichi rituali propiziatori. Musicalità dunque di struttura molto semplice, con canti antifonali esclusivamente maschili accompagnati da percussioni.
La sonorità Fulani
L’etnia nomade dei Fulani (Peul), diffusa in tutta l’area sahelica, ha invece una sua tradizione musicale specifica, caratterizzata da strumenti musicali facilmente trasportabili, come il flauto o il violino tradizionale ad una corda, o utensili adibiti anche ad altri usi, come i recipienti di zucca, o calabasse. Accade spesso che musicisti peul, soprattutto flautisti, vengano inseriti in ensable nelle tradizionali espressioni musicali e culturali, appartenenti ad altre etnie.
Influenza araba
Nel campo musicale, altre tradizioni etniche da rammentare sono quella Dogon dell’area nord orientale, mentre spingendoci sempre più verso nord, si fanno decisamente sentire quelle delle etnie del deserto, i Songhai e i Tamashek, dove viene riscontrata una tradizione musicale con forte influenza araba.
Artisti come Ali Farka Toure o i Tinariwen, con il loro “desert blues”, hanno contribuito a trasmettere anche oltre confine le forme ritmiche tradizionali del deserto, trasportando le stesse sulle corde di una chitarra elettrica.
Una particolare nota di attenzioneva data ad una tradizione musicale importante, che nasce nella regione di Wassoulou a cavallo tra Mali e Guinea. La musica del Wassoulou, non è legata a famiglie djeli, usa la scala pentatonica e il canto è affidato soprattutto alle donne, accompagnate da un coro femminile. La ritmica è potente ed è basata soprattutto sul djembe, sul karignan e sui flé, strumenti di zucche e conchiglie, mentre i testi delle canzoni sono spesso di critica costruttiva
alla società tradizionale.
Artisti di riferimento:
Ali Farka Toure, Baba Sissoku Oumou Sangare, Rokia Traore, Nahawa Doumbia, Lobi Traore, Neba Solo, Abdulaye Diabate, e Issa Bagayogo,
DA SAPERE:
MARTIN SCORSESE ha ricercato e trasportato in un film, il percorso di scoperta delle radici africane del blues. «Dal Mali al Mississippi », un viaggio che si conclude ai margini del deserto, il
Ténéré.
Dall’anno 2001, in pieno deserto, si tiene ogni metà gennaio un festival, nell’oasi di Essekrane a nord di Tombouctou. È una manifestazione che si svolge nella terra dei Kel Tamashek, «quelli che parlano tamashek», i Tuareg. Un nome che significa «abbandonati da dio» e che loro, giustamente, respingono.
Sulle sabbie a nord del fiume Niger è avvenuta una fusione tra la musica contemporanea e la poesia tradizionale Tamashek. I suoni Maliani, espressi da Selif Keita e Ali Farka Toure si amalgamano a versi poetici colmi di struggente nostalgia per la vita libera negli infiniti spazi desertici. Una denuncia su un futuro che avrebbe potuto esserci ed invece non c’è stato.
Risulta un incontro quasi leggendaro con il gruppo Tamashek più rappresentativo, i Tinariwen.
La storia dice che:
Il padre del fondatore del gruppo, Ibrahim, è fuggito in Algeria portandolo sulle spalle, prima di essere ucciso dai soldati maliani nel 1963, ai tempi della prima rivolta tamashek. Ibrahim iniziò costruendo da solo delle chitarre artigianali. L’incontro con le chitarre elettriche vere e proprie avvenne nei campi in Libia dove il colonnello Gheddafi addestrava i tamashek. La prima formazione dei Tinariwen è nata lì. Ibrahim faceva parte del Movimento popolare dell’Azawad, che combatteva contro il governo del Mali per l’emancipazione delle regioni settentrionali. Assieme a lui c’erano i primi membri del gruppo: Kheddou, Enteyedden e Mohammed. Le chitarre furono comprate dal capo dell’Mpa, Iyad Ag Ghali. La leggenda dice ancora che nella scaramuccia che fece scattare la seconda ribellione tamashek, a Menaka, un avamposto ell’esercito maliano vicino alla frontiera con il Niger, il 30 giugno 1990, Kheddou partìÏ all’attacco, kalashnikov in mano e chitarra elettrica sulla schiena.
Nel 1992, dopo l’accordo di pace, i Tinariwen hanno lasciato i kalashnikov, ma tenuto le chitarre diventate la cifra sonora dei loro due dischi «The Radio Tisdas sessions» e il recente Amassakoul», un’implosione di malinconia, misticismo e passione per le sorti del proprio popolo. Anche il deserto, che secondo un proverbio tamashek è stato creato da Dio perché gli uomini potessero trovare la propria anima, è assediato dalla modernità. Una modernità subìta, che sfilaccia i legami sociali, forse irrimediabilmente. Ma che offre anche, in angoli insperati, le risorse
per affidare la poesia di un popolo del deserto a una musica profonda e toccante, capace di viaggiare e farsi ascoltare e amare ovunque.............................................
Un ringraziamento particolare all'amico G.M.Rampelli di http://www.tpafrica.it/ per la gentile concessione di alcuni estratti di testo che sono stati utili per la creazione del post Mali- MUSICA, UN PO' D'ARTE E NON SOLO.... e la sua divulgazione

