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lunedì 12 ottobre 2009
Mali: GLI ULTIMI ELEFANTI DEL GOURMA
mercoledì 8 aprile 2009
ARCHITETTURA AFRICANA - Fabrizio Carola
Intervista ad un Architetto Italiano che si è innamorato delle forme d'africa e si è distinto per la ricerca sugli elementi naturali nel continente neroFabrizio Caròla, da circa trent’anni col suo ostinato lavoro di architetto-costruttore è impegnato a sostenere l’efficacia di un modello costruttivo fondato sul recupero di elementi della tradizione mediterranea: archi, volte, cupole; lo fa a partire dalle origini, dando corpo e significato ad un’idea di architettura come spazio primario, un’ostinazione che lo ha portato a trascorrere gran parte della sua vita in Africa.Architetto napoletano formatosi alla Scuola Nazionale Superiore d’Architettura di Bruxelles, quella fondata da Van de Velde. «A 18 anni sono andato via da casa, sono andato in Belgio dove, nel 1956, ho preso la laurea alla Scuola superiore di Architettura “La Cambre”. Nel 1972 sono andato in Africa, (…) ho trovato un architetto che mi ha offerto di lavorare con lui ad Agadir, in Marocco, per la costruzione dell’ospedale».Il percorso formativo all’interno di una scuola che aveva un’impostazione analoga a quella della Bauhaus, Van de Velde era stato membro della Bauhaus, lo porta a prediligere un approccio ‘concreto’ all’architettura. Materia, struttura e forma sono i presupposti del suo agire, che e sempre ancorato al ‘fare’, alla ‘concretezza del costruire’.La sua ‘natura nomadica’ e la vocazione alla ricerca sperimentale lo spingono verso nuovi ‘orizzonti’, nuovi scenari: inizia un ‘percorso’ di ricerca che dall’Italia, a partire dal 1972, si sviluppa prevalentemente in Africa, in particolare nel Malì, dove ancora oggi, a distanza di 35 anni, è impegnato professionalmente. In Africa avviene l’incontro con le tecniche ed i materiali della tradizione, in particolare con le cupole di derivazione nubiana realizzate con l’ausilio del ‘compasso ligneo’. In Africa, per conto di organizzazioni non governative, Caròla conduce una serie di ricerche sull’abitare, sull’edilizia scolastica, sulle tecniche costruttive tradizionali. La sua attenzione è rivolta prevalentemente alle relazioni tra materia e luogo. Indaga il ‘luogo’ nella sua ‘fisicità materica’. L’architettura spontanea, l’architettura senza architetti costituisce uno dei suoi riferimenti privilegiati: agendo sui significati che entrano nella ‘costruzione delle forme’ Caròla mette a fuoco un repertorio di soluzioni, di segni, che ricorrono all’interno del continuo divenire della tradizione.Con l’ADAUA, agenzia di cooperazione internazionale svizzera, nell’81, in Mauritania, impara ad utilizzare il compasso ligneo, di cui intravede l’efficacia e le possibilità. La terra, sia cruda sia sotto forma di mattone cotto, è il materiale privilegiato. Un materiale che lavora bene a compressione, facilmente reperibile e producibile in sito. Volte, archi e cupole rispondono efficacemente ai criteri di economicità e rapidità di esecuzione.Tra le sue opere, il Kaedi Regionale Hospital, in Mauritania, rappresenta sicuramente l’espressione più alta di un pensiero e di un agire ‘sostenibile’. L’ospedale, una struttura in bilico tra ‘zoomorfismo’ e ‘fitomorfismo’, nella sua articolazione planimetrica propone un’organizzazione degli spazi aderente alle necessità e ai costumi delle popolazioni locali.Data l’abbondanza in sito di argilla di ottima qualità, Caròla opta una struttura monomaterica. I mattoni utilizzati sono stati prodotti in sito: due forni alimentati con pula di riso, abbondante in loco, hanno reso possibile la produzione di decine di migliaia di mattoni. Quest’intuizione gli consente di realizzare una struttura molto complessa con un sistema a bassissimo impatto, con una positiva ricaduta anche sulla economia locale: il 75% delle risorse utilizzate sono state investite in sito.Le cupole dell’ospedale sono a doppia calotta: l’intercapedine tra i gusci garantisce un’efficace isolamento termico. Alla base delle cupole, bocchette di ventilazione, realizzate anch’esse in terracotta, consentono il passaggio dell’aria nell’intercapedine. Le cupole, ottenute come solidi di rotazione, sono realizzate con l’ausilio del tradizionale ‘compasso ligneo’, che indica al muratore la posizione nello spazio e l’inclinazione esatta di ciascun concio: un meccanismo costruttivo che le rende autoportanti durante le fasi di costruzione.La straordinaria esperienza sostenuta da Carola, oltre che nella messa a sistema, nella sistematizzazione e divulgazione di un sapere tecnico che si era perduto, sta nell’aver rivolto lo sguardo verso un orizzonte apparentemente ‘marginale’. Negli anni in cui la cultura architettonica ‘ufficiale’, sostenenva l’idea di uno stile internazionale, FABRIZIO CAROLA compiva un’operazione apparentemente di retroguardia. Rivolgendo il suo sguardo acuto verso quella ‘periferia’ del mondo che è l’Africa, Caròla mette a fuoco una diversa interpretazione delle relazioni tra architettura e luogo: il luogo si manifesta attraverso la materia, che è intimamente connessa alla forma: Caròla ha «guardato attentamente il luogo e osservato meticolosamente la cultura dell’abitare prima di costruire. Si badi: il luogo nella sua fisica evidenza, e non il suo ‘geniusì ineffabile»1Nell’opera di Caròla, la terra è la materia prima attraverso cui ‘mani pensanti’ plasmano architetture. Materia, luogo, ambiente, forma, sono espressione di una realtà e di un principio che governa il suo agire. La materia si fa elemento strategico del comporre: il processo che regola l’uso del materiale determina necessità e specificità, anche figurative. Il ‘compasso ligneo’ nelle sapienti mani di Fabrizio Carola si fa generatore di possibilità. Negli anni Caròla ne ha modificato le caratteristiche, ne ha variato l’assetto e la geometria con piccole innovazioni, che gli hanno consentito di ottenere una più ampia gamma di geometrie. Variando la geometria e l’asse di rotazione dello strumento, le cupole sferiche divengono a sesto acuto, una soluzione che rende possibile una maggiore efficacia nell’uso dello spazio interno, unitamente ad una migliore ventilazione.Volevo una vita vera e l’ ho avuta. Ho avuto molto e ora sento il bisogno di restituire’». E’ questa, a mio giudizio, la frase rivelatrice della natura di Fabrizio Caròla, una natura che lo ha portato a scegliere un percorso di vita e professionale meno agevole di quello che avrebbe potuto avere con poca fatica restando in Italia. Invece, ha scelto una strada più faticosa. La stessa che con ostinata convinzione lo ha condotto a fondare l’Associazione N:EA (Napoli, Europa Africa) nella convinzione che solo attraverso il dialogo e il confronto si possa immaginare e realizzare ‘un futuro possibile’. Quel futuro che sta cercando di ‘costruire’ a San Potito Sannita, un piccolo paese in provincia di Benevento. «Il vescovo di Alife, Pietro Farina ci ha fatto avere un comodato d’ uso per 30 anni di un ettaro e mezzo di proprietà della parrocchia e lì con gli studenti di architettura stiamo costruendo un villaggio. L’ obiettivo è la formazione. Si chiamerà “Sette piazze”. I ragazzi imparano a costruire con un grande compasso in legno, archi, volte e cupole. Sono strutture completamente diverse e molto più facili da vivere».San Potito Sannita è un piccolo paese, anch’esso apparentemente fuori dal ‘centro’, dove architetti, studenti di architettura ed insegnanti si ritrovano ogni anno per dar vita ad un ‘laboratorio’, dove l’architettura viene praticata come ‘mestiere’. Fare è imparare a fare. Questa regola governa la comunità che si raccoglie intorno a Fabrizio Caròla, un ‘antico’ maestro che insegna ai giovani architetti del futuro a costruire cupole, metafora di un agire più vasto. Antiche e alchemiche formule rivivono nel lavoro di nuove generazioni di architetti. La sua sapienza, la sua approfondita conoscenza di tecniche costruttive, che si sono ‘affinate e precisate nel corso di tren’tanni di sperimentazioni sul campo, la sua esperienza Caròla la trasmette alle nuove generazioni. Ci consegna un bagaglio di conoscenze tecniche, di sapienza che tocca a noi rinvigorire, approfondite trasmettere.Ho incontrato Fabrizio Carola a San Potito. Durante la visita al cantiere. Durante la lunga chiacchierata che n’è seguita mi ha colpito la sua posizione, il suo modo di relazionarsi con l’architettura, con il mondo: «molte cose me le porto dentro come ragionamenti non esplicitati in parole ma in sostanza costruita (…) sono più il frutto di una intuizione, di una conoscenza istintiva che di un ragionamento scientifico».Una traccia che forse stavo cercando anch’io. Un agire, un modo di ‘fare’ in cui l’azione sembra essere governata più dalle ‘mani’ che da astrusi ‘ragionamenti’.Anche per questo motivo penso che il lavoro di Caròla costituisca un esempio di ricerca condotta ‘fuori’ dagli schemi.Per approfondire questo ragionamento sono state poste Fabrizio Carola alcune domande.D: Quando hai deciso che saresti diventato un architetto?Fabrizio Caròla: A tredici anni, non so perché ma non ho mai cambiato idea.D: L’architettura era qualcosa che avvertivi esser parte della tua vita sin da ragazzo, è stato un lento avvicinamento o una rivelazione improvvisa?FC: Ho alle mie spalle tre generazioni di ingegneri-imprenditori da parte di mio padre e tre generazioni di architetti da parte di mia madre. Può essere una spiegazione?D: Hai studiato alla Scuola Nazionale Superiore di Architettura di Bruxelles fondata da Van de Velde, uno dei fondatori della Bauhaus. In che modo l’impronta e il modello didattico che caratterizzava quella scuola ha inciso sui tuoi percorsi, sul tuo modo di ‘fare’ architettura, di praticarla come ‘arte-fatto’.FC: A Bruxelles ho avuto degli ottimi professori: De Konink per i primi due anni e Victor Bourgeois per i tre anni seguenti: mi hanno messo sulla buona strada. Ma non è solo merito loro: tutto il sistema, impostato da Van de Velde, era estremamente efficace.Prima di Bruxelles avevo frequentato per un anno e mezzo la Facoltà di Napoli; lì ci facevano copiare dei progetti di architetti famosi; a Bruxelles invece fin dal primo anno eravamo messi di fronte alla progettazione e producevamo un progetto per ogni trimestre. Il professore criticava e correggeva il mio progetto rispettando però la mia idea e l’ impostazione che io avevo scelto. Eravamo liberi di esprimerci e di avere delle idee a condizione che le idee nascessero dalla logica della funzionalità.D: Durante gli anni trascorsi a Bruxelles, quando eri un giovane studente, quali sono stati gli architetti ai quali guardavi con più interesse e quali le discipline che più ti affascinavano.FC: Wright, perché mi sembrava il più umano e Gaudì, di cui mi affascinava la straordinaria capacità di costruire messa al servizio di libertà e fantasia.D: Come è avvenuto il tuo incontro con l’architettura della tradizione africana ed in particolare con l’uso del ‘compasso ligneo’ e delle tecniche costruttive di derivazione nubiana.FC: Le cose sono accadute in momenti diversi:1) tra il ‘61 e il ‘63 sono stato impegnato in Marocco con un incarico di urbanista: sistemare le agglomerazioni rurali.2) L’incontro con l’Africa nera, sub-sahariana, è avvenuto in Mali, nel 1971: vi ero andato non con un incarico di architetto ma di direttore dei lavori per la costruzione del nuovo molo e di alcuni edifici del porto fluviale di Mopti. Lì ho scoperto e studiato l’architettura sub-sahariana, frutto di un adattamento millenario alle condizioni locali, e ho cercato di oppormi al disastro culturale provocato dall’immissione cieca di modelli di architettura nord-occidentale.3) Nell’81, in Mauritania, lavorando per l’ADAUA , sono venuto a conoscenza del sistema “compasso” per la realizzazione delle cupole. L’ho subito adottato, modificandolo e adattandolo alle esigenze del mio progetto.D: Hassan Fathy è stato un precursore, ha reso fruibile e sistematizzato tutta una conoscenza ed un sapere su queste tecniche che era prevalentemente fondato sulla trasmissione orale. Tra il tuo lavoro e quello di Fathy esistono delle evidenti assonanze. In che misura il suo lavoro ha rappresentato per te un riferimento.FC: Non è l’architettura di Hassan Fathy (che apprezzo molto) che mi ha influenzato ma l’uso del suo compasso. Fin dall’università ero attirato dalle coperture a cupola, ma non sapevo realizzarle se non con strutture metalliche. Il compasso mi ha aperto la strada, che però era limitata a cupole sferiche. Modificandolo, ottenendo cupole ogive, ho ampliato le possibilità di forme e di spazi fondendo in una sola curva muro e tetto (con evidente risparmio di costi).D: In Africa hai costruito molto anche in terra cruda. Una materiale ‘vivo’. Qual’è stato il tuo approccio nell’uso di questo materiale ‘speciale’FC: Mi piace costruire in terra cruda, è un materiale molto duttile perché il mattone e la malta sono fatti della stessa terra, per cui si saldano e si fondono generando un monolite che può essere anche scolpito. Non sono però un fanatico della terra cruda: la uso quando giudico utile usarla. La terra cruda richiede manutenzione o protezione, perché esposta alla pioggia fonde come neve al sole. Nelle regioni aride dell’Africa questo difetto ha minore importanza.D: Come è nato il progetto del Kaèdi Regional Hospital in Mauritania.FC: E’ una lunga storia: nel ‘78 fui incaricato dal FED (Fondo Europeo di Sviluppo) come consulente presso uno studio tecnico di Parigi per la progettazione dell’ospedale di Kaédi.Producemmo un progetto che fu accettato dal FED (finanziatore). Passò un po’ di tempo e seppi che l’incarico era stato trasferito all’ADAUA, associazione svizzera.L’ADAUA, che avevo conosciuto in occasione di una visita a Kaédi, mi propose di dirigere la costruzione dell’ospedale. Alla fine del 1980 mi trasferisco in Mauritania. Visito Kaédi e il piccolo ospedale che bisognava ampliare e mi rendo conto che il progetto elaborato a Parigi era inadeguato. Lo rielaboro completamente e lo presento all’ amministrazione mauritana e al FED di Nouakchot. Il nuovo progetto viene approvato ed inizio i lavori.Kaèdi è una piccola città della Mauritania. L’Ospedale è stato progettato come estensione del piccolo ospedale esistente realizzato dai francesi ancora ai tempi coloniali. Durante la mia indagine preliminare, visitando le vecchia struttura, fui colpito dalla confusione creata dalla presenza permanente delle famiglie dei pazienti che intralciavano i movimenti dei medici e degli infermieri. Interrogati, i medici mi risposero che l’assistenza dei familiari era indispensabile, avendo constatato che questa presenza continua dei parenti contribuiva alla loro guarigione. Fui molto toccato da questa informazione e posi questo dato, che ho chiamato famiglio-terapia, alla base del nuovo progetto. Dopo molte riflessioni e tentativi pensai di fare “esplodere la pianta” e, invece di un ospedale compatto, realizzare un edificio aperto che permettesse alle famiglie di accamparsi in prossimità delle camere di degenza.Relativamente alla scelta del materiale e della tecnica costruttiva adottata, fui condizionato dal fatto che a Kaédi come in tutto il Sahel il materiale più abbondante e più economico è la terra. Il legno è raro e usarlo significava contribuire alla desertificazione in corso. Il cemento armato è costoso, perché viene importato, e poi non ha prestazioni adeguate a quelle condizioni climatiche. Scelsi dunque come materiale di base la terra, confezionata in mattoni alla maniera tradizionale. Nella tradizione però il mattone viene utilizzato semplicemente essiccato al sole perciò è molto vulnerabile alla pioggia e richiede una manutenzione costante. Ridurre il più possibile le manutenzione garantendo nel contempo prestazioni efficienti nel lungo tempo mi indussero alla decisione di utilizzare mattoni cotti, al fine di renderli resistenti all’acqua. Restava però il problema della produzione in sito dei mattoni e della loro cottura. Una risaia di 600 ettari, più uno stabilimento cinese per la pulitura del riso, producevano a Kaédi, in grande quantità, riso, crusca e pula. Quest’ultima, non commestibile, si ammucchiava inutilizzata a disposizione del vento. Dopo un certo numero di tentativi, riuscii a creare un forno semplice ed economico in terra cruda, realizzabile con la mano d’opera locale, che permetteva di bruciare efficacemente la pula di riso ottenendo una temperatura fino a 1200 gradi. Per la tecnica costruttiva, avendo scartato legno e cemento a vantaggio del mattone non restava che l’utilizzo delle strutture curve: archi e volte.D: Il metodo, come una impalcature, sostiene il nostro agire. Giulio Carlo Argan ha proposto questa definizione di progetto. “Progettare è come attraversare un bosco per uscire dal quale quel che conta è dare coerenza ai movimenti”. Il bosco e la coerenza dei movimenti. Una metafora molto interessante: esplorare mondi sconosciuti e contemporaneamente ancorare il nostro agire ad un metodo.Quando cominci a lavorare ad un progetto, quali sono i dati su cui ‘costruisci’ la proposta.FC: Tutti i dati del luogo: il clima, le condizioni sociali dei futuri utenti, i materiali e mezzi disponibili, la qualità della mano d’opera, il budget disponibile, il tempo di consegna.D: Le tue architettura sono intimamente connesse al luogo. Sembrano essere una emanazione, una estensione di quel luogo. La ri-velazione del luogo sembra essere lo scopo del progetto.FC: Questo deriva dal rispetto o meno dei dati enunciati nella risposta precedente al quale si aggiunge la sensibilità che è propria di ciascun architetto e che deriva dal suo curriculum umano e culturale.D: Il tuo interesse per l’Africa, per un’architettura che vive in sintonia con la natura credo abbia delle motivazioni che vanno al di là del contesto con cui ti sei confrontato. Penso si tratti di una motivazione più ‘profonda’. Un ‘sentire’ che ha una connessione più ‘intima’ con l’ambiente, non solo con l’ambiente naturale.Mi ha molto colpito in questo senso l’associazione che hai fatto tra architettura e uomo, tra spazio e qualità dello spazio in relazione ad una distinzione tra strutture in-tensione e strutture ‘a riposo’ come le cupole.FC: L’Africa mi ha sempre attirato e non so perché ma nello specifico mi ha dato l’opportunità di esprimermi liberamente: nel bene e nel male, ma libero.L’Africa non è ancora oberata da norme, articoli, commi, divieti, che opprimono la nostra vita e la nostra naturale creatività. Sappiamo benissimo che tutte queste normative servono a proteggere la collettività dagli abusi sul territorio, ma chi giudica?D: Luce e materia sono gli elementi di un sistema di relazioni molteplice, fatto di mille sfumature, che spinge la nostra ’immaginazione’ ad andare ‘oltre’.Nelle tue architettura sovente ad una componente massiva, fa da contrappunto, una progressiva ‘smaterializzazione’ della massa muraria in elevazione, come accade nell’ Herb Market di Medina, dove la luce e le sue relazioni con la materia, la sua porosità, manifestano una sorprendete leggerezza.FC: Sento l’obbligo di precisare che io non ho un pensiero dell’architettura ma un procedimento logico nel progettare. Ogni elemento del progetto ha per me una sua precisa funzione. Non vi è nulla di inutile o di preconcetto. Se il risultato ha in più un valore estetico vuol dire forse che le scelte sono giuste e forse che non sono tutte dettate dal freddo raziocinio ma anche da una partecipazione del sub-cosciente, che è più o meno carico di valori umani e culturali e che subdolamente influenza il progetto.D: Le connessioni tra materiali, tecnologia e progetto sono molto evidenti nella tua ricerca progettuale, che sembra svilupparsi tutta all’interno della ‘dimensione costruttiva dell’architettura’.FC: Sono sempre stato rispettoso del rapporto fra materiale, tecnologia, funzione e forma perché dal corretto rapporto di questi quattro elementi dipende l’economia del progetto ed anche la sua riuscita.Nella maggior parte dei casi, nel nostro mondo occidentale questo rapporto conduce a una soluzione a superfici piane a ‘reprimere’ il desiderio di superfici curve, giudicate troppo complesse e onerose da realizzare.In Africa, invece, ho trovato condizioni del tutto diverse che ribaltavano la situazione, per cui l’uso delle forme curve, si rivelava una soluzione logica.Nei paesi del Sahel (la zona dell’africa compresa fra il deserto e la foresta) la mano d’opera è abbondante, sotto-occupata e a basso costo; per contro i materiali moderni, come il cemento e il ferro, sono importati e perciò costano molto e implicano la fuoriuscita di moneta pregiata, mentre l’uso del legno contribuisce alla desertificazione. La terra, materiale abbondante e a costo quasi nullo, sotto forma di mattoni cotti o crudi, è il materiale più economico e diffuso.Per utilizzare il mattone o la pietra anche in copertura, in sostituzione del legno, ferro o cemento, bisogna ricorrere necessariamente alle strutture compresse e cioè: volte, archi e cupole.Applicando e sperimentando l’uso di queste strutture ho potuto rilevarne vari vantaggi: sono economiche, di facile e rapida esecuzione anche per una manodopera non qualificata e si comportano meglio del cemento armato in difficili condizioni climatiche.D: L’architettura, almeno in certe condizioni sembra essere governata dall’economia, a volte n’è la diretta emanazione. In che misura ti sei dovuto confrontare con questo dato del progetto e come ha inciso sulle tue scelte.FC: L’economicità deriva soprattutto dal poter risolvere con un materiale economico il problema. Nel caso delle strutture a cupola, l’operaio in una sola operazione realizza l’intera costruzione dalle fondazioni alla chiusura.E’ un’operazione semplice, più di quanto lasci supporre la forma ardita di una cupola. Con l’aiuto del ‘compasso’ il muratore procede sicuro, senza rischio alcuno di poter sbagliare. Questa operazione non richiede nessuna particolare competenza: non bisogna fare altro che posizionare il mattone secondo l’inclinazione indicata dal compasso. Questo sistema è talmente semplice che ho potuto realizzare decine di cupole, di varie forme e dimensioni, con operai non qualificati, improvvisati muratori dopo poche ore di apprendimento.Come vedi la mia scelta risponde a criteri di efficienza e di economicità.D: L’articolazione planimetrica delle tue architetture sovente sembra privilegiare una struttura ‘a grappolo’.FC: Quando utilizzi un principio costruttivo fondato sull’uso della cupola, il sistema di pianta può essere sia ortogonale (quadrati e rettangoli) sia polare (una combinazione di cerchi). La pianta polare si è rivelata, prima in teoria e poi nella pratica, più economica, per tempo e quantità di materiale, e più adeguata alle caratteristiche della manodopera disponibile in AfricaD: Un’ultima curiosità. In più di trent’anni di attività le superfici curve non ti hanno mai ‘abbandonato’, non lo hai mai avvertito come un limite.FC: La cupola è una forma di copertura che mi ha sempre attratto ed affascinato fin da quando, ancora ragazzo, ho pensato di diventare architetto.Quando mi chiedo il perché di questa attrazione, trovo più risposte, nessuna sufficiente ma forse tutte valide, perché tutte insieme danno una risposta, se non completa almeno sufficiente.Prima di tutto la cupola appartiene al mondo delle curve: pur senza disdegnarle, non ho amore per le superfici piane, squadrate, piegate ad angolo retto con spigoli vivi. Trovo che le superfici curve e raccordate siano più vicine alla forma della natura e perciò più adatte a racchiudere o accompagnare la vita dell’Uomo.In secondo luogo posso supporre che la mia appartenenza alla civiltà mediterranea, che di archi, cupole e volte ha fatto grande uso, abbia la sua parte nella predilezione che ho per queste forme.Infine, ti confesso, che le curve soddisfano maggiormente il mio tipo di sensibilità perché sono morbide e sensuali, ma questa è un’altra storia!
DOGON: IL POPOLO CHE VIENE DALLE STELLE
I Dogon sono da sempre abili intagliatori del legno, un’arte ereditata dai Telem che vissero in questa regione molti secoli prima dell’arrivo del "popolo delle stelle". L’abilità dei Dogon nel lavorare il legno si manifesta soprattutto nel ritrarre figure femminili; tuttavia, molto apprezzate, sono anche le porte e le splendide ed elaborate maschere rituali, quale, ad esempio, quella chiamata Kanga, sormontata da una croce uncinata o svastica, un simbolo, quest’ultimo, antichissimo e ricorrente in numerose culture e civiltà del passato che, secondo il celebre antropologo francese Marcel Griaule, rappresenterebbe l’equilibrio tra cielo e terra e quindi l’ordine universale.La sconcertante peculiarità antropologica, che differenzia questa etnia da altri popoli tribali, consiste nel fatto che gli anziani dimostrano di possedere delle anacronistiche e complesse cognizioni astro-cosmogoniche incredibilmente precise e dettagliate.Il primo contatto tra i Dogon e la cosiddetta civiltà risale al 1907 e a partire dal 1931 due antropologi francesi, il già citato Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, iniziarono a studiare questa etnia, vivendo per molti anni a stretto contatto con i suoi membri e riuscendo persino a conquistare la stima e la fiducia degli anziani e dei sacerdoti. Ciò che più sorprese i due antropologi francesi, non appena ebbero modo di conversare con i sacerdoti e che continua ancora oggi a meravigliare chiunque si avvicini in un modo o nell’altro a questo popolo, consiste nel fatto che, nonostante che i Dogon abbiano stabilito il primo contatto con l’uomo civilizzato alla fine della prima decade del secolo scorso, essi possedevano già a quei tempi conoscenze di carattere astronomico che teoricamente non avrebbero dovuto avere, conoscenze parte delle quali non era ancora stata acquisita dalla stessa scienza ufficiale dell’epoca.Molti studiosi ritengono che il sapere iniziatico dei Dogon derivi da un retaggio culturale antico migliaia di anni ed il fatto che gran parte di tale sapere sia di carattere scientifico indurrebbe ad accarezzare, anche solo per un istante, l’idea che in epoche remote gli antenati dei Dogon abbiano interagito con una civiltà molto più evoluta e soprattutto, tecnologicamente più avanzata.
Nel 1946 Marcel Griaule venne iniziato dagli anziani della tribù ed ebbe così accesso al "corpus" di conoscenze che fino a quel momento era stato di dominio esclusivo dei membri della casta sacerdotale.Lo sciamano Ogo Temmeli, con cui Griaule strinse una profonda amicizia, spiegò all’antropologo che le conoscenze astro-cosmogoniche, in possesso degli anziani e dei membri della casta sacerdotale, erano state trasmesse loro dai misteriosi Nommo, creature anfibie civilizzatrici originarie del sistema stellare di Sirio.Nel saggio dal titolo "Le Renarde Pale", che G. Dieterlen fece pubblicare nel 1965 dall’Istituto Francese di Etnologia dopo la scomparsa di Griaule ed in cui venne trascritta tutta l’esperienza che i due antropologi vissero con i Dogon, è riportato che in un’occasione i sacerdoti tracciarono sul terreno alcuni disegni, dimostrando a Griaule di possedere una solida conoscenza astronomica, soprattutto relativa alla stella Sirio. Quest’ultima, dopo il Sole, è la stella più luminosa dell’emisfero boreale ed è situata nella costellazione del Cane Maggiore, a circa 8,7 anni luce dalla Terra.In realtà Sirio è un sistema ternario, ossia un sistema stellare costituito da almeno tre stelle, di cui le prime due furono rilevate grazie all’impiego di telescopi mentre l’esistenza della terza fu dedotta matematicamente. Gli astronomi hanno denominato le prime due stelle del sistema di Sirio, Sirio A e Sirio B; l’esistenza di quest’ultimo astro fu per la prima volta teorizzata dall’astronomo tedesco Friedrich Bessel a seguito di una serie di osservazioni di irregolarità nel moto di Sirio A, tuttavia bisognerà attendere il 1862 per la sua scoperta ufficiale, anno in cui l’astronomo statunitense Alvan Clark, utilizzando un telescopio tra i più perfezionati dell’epoca, ne scoprì l’esistenza.La conferma dell’effettiva scoperta di Sirio B, tuttavia, giunse solo nel 1970, quando venne fotografata per la prima volta.È estremamente interessante notare come i Dogon sapessero e sappiano che Sirio non è un’unica stella, bensì un sistema ternario, un sistema stellare, cioè, costituito da tre stelle e di come siano anche al corrente del fatto che Sirio B effettua una rivoluzione intorno a Sirio A, descrivendo un’orbita ellittica in un periodo di 50 anni. I Dogon, inoltre, conoscono l’esatta posizione che Sirio A assume all’interno dell’orbita ellittica descritta da Sirio B. Questo astro viene chiamato dai Dogon "Digitaria", anche se nella lingua iniziatica i sacerdoti lo designano con il termine "Po Tolo", dove "Tolo" significa "stella" e "Po" è il nome che i Dogon assegnano ad una particolare varietà di cereale la cui peculiarità risiede nel fatto che è piuttosto pesante nonostante le sue ridotte dimensioni, denotando quindi una notevole densità.I sacerdoti non potevano scegliere un nome più appropriato per designare questo cereale, in quanto, si da il caso che Sirio B sia una nana bianca, ossia una stella caratterizzata da una densità estremamente elevata! Tale peculiarità fisica era conosciuta assai bene da questo popolo, difatti, di Po Tolo, i sacerdoti dicono che sia composta da una sostanza "più pesante di tutto il ferro della Terra"!La cerimonia più importante dei Dogon è indubbiamente il rito Sigui, dedicato a Digitaria, che viene celebrato ogni 50 anni, periodo corrispondente a quello di rivoluzione di Sirio B intorno a Sirio A (l’ultima celebrazione risale agli anni Sessanta). Durante questa cerimonia rituale i partecipanti bevono una birra ottenuta facendo distillare l’estratto del seme del cereale da cui Sirio B prende il nome. Nel periodo delle celebrazioni in onore di Sirio, gli uomini intagliano la Grande Maschera, detta "Iminana", dalle fattezze di un serpente allungato che talvolta raggiunge anche un’altezza di 10 metri.Durante il Sigui, i Dogon mettono in scena danze rituali e narrano la storia delle loro origini servendosi dell’Iminana, la quale viene conservata in una caverna segreta sopra il villaggio ed utilizzata in occasione di questa cerimonia e dei funerali. Secondo una tradizione, difatti, allorché un membro della comunità viene a mancare, il suo spirito vaga inquieto alla disperata ricerca di una nuova "dimora" che lo possa ospitare. Il timore per ciò che potrebbe accadere ad un vivente, qualora lo spirito del trapassato prendesse possesso del suo corpo, spinge i Dogon a recarsi nella caverna nella quale è custodita l’Iminana e a portarla nella casa del defunto per una cerimonia rituale, il cui fine è quello di sollecitare lo spirito a entrare all’interno della maschera anziché del corpo di un vivente.
La profonda conoscenza che i Dogon dimostrano di possedere in merito al sistema di Sirio, comunque, va oltre. Difatti Ogo Temmeli rivelò a Griaule che una seconda compagna di Sirio A accompagna "Po Tolo" nella sua rivoluzione intorno alla stella principale, una compagna che i Dogon chiamano "Emmeia" o "Sorgo Femmina".Quando il sacerdote Dogon svelò a Griaule l’esistenza di una terza stella nel sistema di Sirio, si rivolse all’antropologo francese con queste parole: "La stella Emmeia o Sorgo Femmina è più grande e quattro volte più leggera di Po Tolo e viaggia su una traiettoria maggiore nella stessa direzione. È proprio Sorgo Femmina la sede delle anime di tutti gli esseri, viventi e futuri."Fino a poco tempo fa, nel mondo accademico, non si faceva menzione di Sirio C, ritenendo il sistema stellare di Sirio binario e non ternario; tuttavia, recentemente, gli astronomi si sono dovuti ricredere, dando ragione ai Dogon, in quanto l’esistenza di Sirio C è stata rilevata a seguito degli effetti perturbatori che questa stella esercita sulle orbite dei due corpi principali. Sirio C orbiterebbe intorno a Sirio A in un periodo di 6 anni ed è quasi certamente una nana rossa di magnitudine 15, vale a dire milioni di volte meno luminosa di Sirio A, quindi la sua luminosità verrebbe celata da quella ben maggiore della stella principale.Non esistono ancora strumentazioni ottiche sufficientemente sofisticate da consentire l’osservazione di un corpo celeste la cui luminosità risulta essere di diversi ordini di grandezza inferiore a quella della stella principale intorno alla quale ruota, né, a maggior ragione, è possibile osservare un simile astro ad occhio nudo. L’esistenza di Sirio C, difatti, è attestata solo da complicati algoritmi eseguiti nel 1997.La straordinarietà delle cognizioni astro-cosmogoniche relative al sistema stellare di Sirio, come di altri corpi celesti, risiede nel fatto che un tale nozionismo scientifico non può essere in alcun modo acquisito senza l’ausilio di adeguate e sofisticate apparecchiature strumentali.La conoscenza che i Dogon hanno dell’universo non è tuttavia limitata al sistema stellare di Sirio, difatti i sacerdoti sono soliti raffigurare, ad esempio, il pianeta Saturno con due cerchi concentrici, inducendo a ritenere che essi sappiano che il sesto pianeta del Sistema Solare è circondato da un sistema di anelli. Di Giove i Dogon sanno che si muove assieme a "quattro compagne", verosimilmente identificabili con i quattro satelliti galileiani, Io, Europa, Ganimede e Callisto, corpi che l’astronomo pisano scoprì nel 1610 grazie al suo rudimentale telescopio.Anche la Terra sembra non avere segreti per i Dogon, i quali, difatti, amano raffigurarla come una sfera, dando dimostrazione del fatto che un gruppo etnico allo stadio tribale e ad un livello di civilizzazione preindustriale era a conoscenza del fatto che il pianeta che lo ospita non è piatto, come fino a qualche secolo fa riteneva la scienza ufficiale, bollando come eretici chiunque osasse proporre teorie alternative.Della Terra i Dogon sanno anche che ruota intorno al proprio asse e insieme ad altre sfere, verosimilmente gli altri pianeti del Sistema Solare, anche intorno al Sole. Sanno inoltre che il satellite naturale della Terra, la cara vecchia Luna, è "morta e disseccata" e che l’Universo "è un’infinità di stelle e di vita intelligente"! I sacerdoti, infine, sostengono che la galassia di cui il Sistema Solare fa parte, la Via Lattea, esegue un movimento a spirale cui partecipa anche il Sole con tutti i suoi pianeti. Questo dato venne ottenuto dagli astronomi occidentali solo all’inizio del ventesimo secolo, nonostante i Dogon lo conoscessero, sia pure in forma simbolica, da migliaia di anni.Molte antiche civiltà svilupparono una conoscenza della volta celeste piuttosto approfondita, basandosi, nella quasi totalità dei casi, sulla paziente osservazione ad occhio nudo del cielo stellato. Tale conoscenza, nella stragrande maggioranza dei casi, era finalizzata all’interpretazione del moto dei corpi celesti, poiché si riteneva che essi potessero influenzare le decisioni, le azioni ed i pensieri degli uomini e perché si credeva che potesse essere utilizzata anche per preconizzare gli accadimenti futuri. L’etnia Dogon, tuttavia, si differenzia notevolmente da queste civiltà in quanto le cognizioni astronomiche di cui gli anziani ed i sacerdoti sono in possesso costituiscono un vero e proprio nozionismo scientifico, la cui natura e origine sfuggono ancora ad una spiegazione razionale.I propugnatori dell’ipotesi extraterrestre e gli studiosi di paleoastronautica, ossia di quella disciplina di frontiera che si prefigge lo scopo di studiare ed analizzare gli anacronismi storico-archeologici presumibilmente imputabili a possibili incontri avvenuti nel passato tra l’uomo ed antichi astronauti esponenti di una o più civiltà aliene giunti sulla Terra, avanzano l’ipotesi secondo cui le incredibili cognizioni astro-cosmogoniche in possesso dei Dogon costituiscano una sorta di reminiscenza culturale di contatti verificatisi nel lontano passato tra gli antenati di questi ultimi ed una legazione aliena proveniente da uno o più mondi appartenenti al sistema stellare di Sirio.È interessante sottolineare che i Nommo, le creature civilizzatrici provenienti dalle stelle e considerate semidivine, sono raffigurati per metà umani e per l’altra metà pesci, ossia come esseri anfibi.Una leggenda Dogon narra che i Nommo raggiunsero la Terra a bordo di una grande arca circolare, la quale atterrò producendo un rumore assordante e provocando una violenta tempesta di sabbia. Ogo Temmeli descrisse l’evento a Marcel Griaule con le seguenti parole: "Il dio dell’universo Amma aveva mandato sulla Terra il Nommo.
Il Nommo atterrò nell’arida valle della volpe. Mentre la sua arca scendeva, un’enorme nuvola di polvere si alzò dal terreno. Il Nommo era rosso come il fuoco, ma quando atterrò divenne bianco. Intanto, una stella era apparsa nel cielo, ma sparì quando il Nommo se ne andò."Alcuni studiosi interpretano alla lettera questa rivelazione ed ipotizzano che il Nommo sia in realtà la rappresentanza aliena incaricata di stabilire un contatto con la nostra civiltà e che la frase "atterrò nell’arida valle della volpe" si riferisca al fatto che la legazione extraterrestre atterrò da qualche parte in Egitto a bordo di un veicolo spaziale. Nel corso della manovra di atterraggio, l’arca dei Nommo, ossia la navicella spaziale, avrebbe sollevato una tale quantità di polvere e di sabbia dal terreno da sembrare a tutti gli effetti una vera e propria tempesta di sabbia naturale. La quarta frase, sempre secondo i fautori dell’ipotesi extraterrestre, è particolarmente illuminante, in quanto il Nommo sarebbe il veicolo alieno mentre il cambiamento di colore dal rosso al bianco di quest’ultimo, verificatosi durante la manovra di atterraggio, richiama alla memoria una caratteristica che contraddistingue gli odierni UFO ("Unidentified Flying Objects", oggetti volanti non identificati) in numerosi avvistamenti; ossia il fatto che il colore della luminescenza da loro emessa muta a seconda della manovra che stanno compiendo. Al fine di comprendere la causa della variazione cromatica associata alla modificazione dell’assetto di volo di tali velivoli di presunta natura aliena, è inevitabile fornire qualche dettaglio tecnico.L’intensa luminosità che caratterizza la maggior parte degli oggetti volanti non identificati avvistati nei cieli di tutto il mondo e che potrebbe celare al suo interno un oggetto strutturato sarebbe in realtà una sorta di involucro di plasma formatosi intorno al veicolo a seguito della ionizzazione delle molecole dei gas presenti nella regione di spazio atmosferico localizzata nelle sue immediate vicinanze.Il sistema propulsivo del veicolo comporterebbe l’emissione di un campo energetico radiante di natura elettromagnetica, la cui intensità sarebbe tale da eccitare e rimuovere gli elettroni della configurazione elettronica esterna degli atomi costituenti le molecole di determinati gas atmosferici. In questo modo verrebbe a costituirsi una sfera di plasma in cui coesistono molecole ed atomi ionizzati ed elettroni liberi; stato della materia, quest’ultimo, molto particolare, in cui gli elettroni liberi sono caratterizzati da un’elevata energia e sono responsabili dell’eccitazione di quelli contenuti nelle molecole dei gas. Tale eccitazione, a seguito della collisione tra gli elettroni liberi e le molecole dei gas atmosferici, è sufficiente a scagliare gli elettroni di queste ultime ad un livello energetico superiore e non appena essi ritornano allo stato energetico fondamentale (ossia di riposo) le molecole dei gas cedono l’energia precedentemente assorbita attraverso l’emissione di fotoni, la cui lunghezza d’onda è compresa nella banda del visibile dello spettro elettromagnetico e corrisponde, ad esempio nel caso in cui l’oggetto si muova in quota, al colore rosso. È lecito a questo punto ipotizzare che una variazione dell’assetto di volo, finalizzata ad esempio a compiere una manovra di atterraggio, comporti una modificazione dei parametri del sistema di navigazione e che tale modificazione si rifletta in una variazione delle modalità di funzionamento del sistema propulsivo ed in un conseguente mutamento dell’intensità del campo elettromagnetico emesso dall’oggetto.Al variare dell’intensità del campo elettromagnetico varierebbe anche il grado di ionizzazione delle molecole dei gas atmosferici e la natura stessa di tali gas ed in ultima analisi la lunghezza d’onda dei fotoni emessi, lunghezza d’onda che potrebbe corrispondere ad un colore dell’alone di ionizzazione, nella fattispecie il bianco, diverso da quello associato allo spostamento dell’oggetto in quota.L’ultima frase del sacerdote Dogon induce gli studiosi di paleoastronautica ad ipotizzare che la stella apparsa nel cielo durante l’atterraggio dell’arca dei Nommo sia in realtà un’astronave madre di grandi dimensioni rimasta in quota e da cui sarebbe partita l’arca, identificabile, a questo punto, in una sorta di navicella di ricognizione. Tale ipotesi, peraltro, sarebbe coerente con l’ultima parte della frase, quella in cui Ogo Temmeli racconta che la stella apparsa in cielo scomparve non appena il Nommo se ne andò, fatto che potrebbe essere interpretato come la partenza dell’astronave madre dopo il rientro della navicella di ricognizione. Sempre secondo quanto narrato da questa leggenda, le creature anfibie provenienti dalle stelle, una volta ‘sbarcate’ dall’arca, cercarono un luogo in cui vi fosse dell’acqua in cui immergersi, comportamento che avrebbe ingenerato negli antenati dei Dogon la credenza che i Nommo fossero effettivamente esseri anfibi.Lo studioso statunitense Robert Temple, nel libro "The Sirius Mystery" - "Il Mistero di Sirio", avanza l’ipotesi secondo cui il presunto "incontro ravvicinato" che i Dogon avrebbero avuto con la delegazione aliena proveniente da Sirio non abbia avuto luogo in realtà nella regione in cui oggi risiedono i Dogon, cioè il Mali, bensì altrove, in quanto i loro antenati vi si stabilirono a ondate successive in epoca relativamente recente, tra il 1200 ed il 1500 d.C..Secondo quanto riportato da Temple nel suo libro e postulato anche da alcuni etnologi, questo gruppo etnico in realtà sarebbe costituito dai diretti discendenti di un antico popolo di origine mediterranea, i Garamanti, i quali, in un remoto passato, stabilirono contatti culturali e commerciali con gli antichi Egizi e gli Assiro-babilonesi in Mesopotamia.
Nel corso dei secoli i Garamanti si sarebbero progressivamente spinti verso le regioni situate a sud-ovest del deserto del Sahara, dove si sono definitivamente stabiliti.Il fatto che in Egitto e soprattutto in Mesopotamia, siano state rinvenute curiose raffigurazioni e bizzarre statuine di creature anfibie, quali, ad esempio, il mostruoso istruttore Oannes babilonese ed i mitici Dagon e Atargatis dei Filistei, nonché testi in cui tali ibridi uomo-pesce sono i protagonisti di leggende e tradizioni, induce i fautori dell’ipotesi extraterrestre a ritenere che gli antenati dei Dogon, i Garamanti, abbiano acquisito le conoscenze astro-cosmogoniche, che in futuro avrebbero reso così famosi i loro discendenti, a seguito degli scambi culturali con le popolazioni dell’antico Egitto e della terra del Tigri e dell’Eufrate, popolazioni che avrebbero interagito nella notte dei tempi con una civiltà proveniente dal sistema stellare di Sirio.
lunedì 25 agosto 2008
Mali - MUSICA, UN PO' D'ARTE E NON SOLO....
L’africa è la patria della tradizione orale, quell’insieme di saperi che presentano una modalità di trasmissione diretta, senza l’uso di supporti scritti. Questo genere di sapere si traduce in molte forme differenti di narrazione e performance ed è particolarmente diffuso tra le popolazioni che vivono nell'Africa sub-sahariana, tanto da riferirsi ad esse come a "civiltà della parola". Il veicolo di comunicazione è dunque interamente ed esclusivamente dato dalla voce. I saperi relativi alla
tradizione orale africana possono appartenere ad ambiti molto diversi: possono esserci tradizioni orali storiche, mitologiche, musicali, religiose, politiche, giuridiche, letterarie.
Come sostiene il famoso intellettuale maliano Amadou Hampâté Bâ (1900-1991): "le tradizioni orali sono gli archivi letterari, storici e scientifici dell'Africa".
Amadou Hampâté Bâ (Bandiagara, 1900 – Abidjan, 15 maggio 1991) è stato uno scrittore, filosofo e antropologo maliano - Figlio di Hampâté Bâ e di Kadidja Pâté Poullo Diallo, egli apparteneva ad una famiglia nobile fulbe. Dopo la morte di suo padre, sarà adottato dal secondo marito di sua madre e iniziato ai saperi e alle pratiche del suo popolo. Frequentò la scuola coranica di Tierno Bokar, un membro della confraternita tidjaniyya ed in seguito occupò diversi ruoli all'interno dell'amministrazione coloniale francese, prima a Bandiagara, poi a Djenné. In seguito a numerosi scontri con gli amministratori, si spostò frequentemente nella regione allora chiamata Alto Volta (oggi Burkina Faso). Tra il 1922 e il 1932, occupò diversi incarichi in svariate città burkinabé e nel 1933, ottenne un congedo di 6 mesi che trascorse dal suo maestro Tierno Bokar. Nel 1942, ottenne un incarico dall’Institut Français d’Afrique Noire (IFAN) di Dakar grazie al suo direttore, il professor Théodore Monod. In questo contesto, poté effettuare importanti ricerche sulle tradizioni orali. Nel 1951, ottenne una borsa di studio dall'Unesco che gli
permise di svolgere un soggiorno di studi a Parigi e di conoscere i maggiori africanisti dell'epoca, come Marcel Griaule. Nel 1960, in seguito all'indipendenza del Mali, fondò l'Istituto di Scienze umane a Bamako e rappresentò il suo paese alla conferenza generale dell'Unesco. Nel 1962 venne nominato membro esecutivo dell'Unesco e nel 1966 partecipò all'eleborazione di un sistema unificato per la trascrizione delle lingue africane. Nel 1970, Hampate Ba decise di lasciare i suoi
incarichi ufficiali e diplomatici per dedicarsi interamente ad un progetto di ricerca e d'archiviazione del patrimonio orale dell'Africa occidentale, consacrandosi perciò ad un lavoro di ricerca e di scrittura: gli ultimi anni della sua vita, trascorsi ad Abidjan, lo porteranno alla scrittura di due romanzi autobiografici, Amkoullel, il bambino fulbe e Signorsì, comandante, pubblicati postumi, nel 1991.
I suoni Malinkè
La armonie tradizionali Maliane si sono sviluppate grazie all’uso di strumenti “classici” come il Balafon, la Korà ed il doundoun. In linea generale, narrano trame epiche e canti di lode.
Questi motivi vengono espressi prevalentemente dai “Djeli” (Griot) appartenenti al gruppo etnico Malinkè (Mandingue). L’arte dei djeli viene trasmessa di padre in figlio, ed i musicisti appartengono a poche famiglie ben conosciute: Kouyate, Diabate, Sissoko, Kone, Kamissoko, Sacko Koite, Tounkara, Konate, i Kanoute, i Kante.
I maninka non appartenenti a queste famiglie non possono definirsi djeli e non possono svolgere il loro ruolo sociale.
Esistono comunque artisti che non rientrano nel “rango nobiliare” della musica tradizionale, che producono ottima musica libera da vincoli tradizionali, ma non saranno mai coinvolti nel circuito dei concerti privati e di cerimonie insite nella società maliana, che assicurano ai djeli un lavoro costante e un conseguente introito economico sicuro. Un esempio di “djeli libero” lo troviamo in Salif Keita o Habib Koite. I malinke si distinguono in tre sottogruppi dialettali, ciascuno con la propria tradizione musicale.
La musica “classica” del Djeli che si identifica quindi con la tradizione dei Maninka abitanti nel Mali occidentale, si avvale di scale armoniche “eptatoniche” unite al grande repertorio epico proveniente da siti storici come Kita e Kela, sono interpretati da nomi illustri come Kandia Kouyate, Amy Koita, Kassemady Diabate. (brani di riferimento: Sundjata, Kulandjan, Mali Sadjo)
A differenza degli altri stili, la musica dei djeli malinke che aderisce in maniera ferrea alle regole ed ai vincoli della tradizione, tende a mantenere la sua specificità di musica nobile, di corte, alla quale è affidata la rilevante responsabilità di custodire la cultura del passato. A tal proposito, esisterebbe un certo snobbismo nei confronti degli altri musicisti e generi musicali.
I ritmi Bambarà
Il gruppo etnico più diffuso nel Mali, con centro geografico a Segou, i Bambara invece producono una musicalità che fluisce incessantemente dalle numerosissime radioline sparse in ogni luogo, dal taxi alla bottega alimentare. Questa melodia si differenzia da quella maninka innanzitutto perché si basa su una scala armonica pentatonica, ed i suoi ritmi sono influenzati dalla sonorità del nord, di matrice Songhai, con elementi arabi. Nel canto invece, la voce ricorre a forme “antifonali” (con più linee melodiche del tutto indipendenti l’una dall’altra, sia dal punto di vista
melodico che ritmico), basate su dialoghi tra solisti e cori. Lo strumento prevalente è lo n’goni, mentre è raro ascoltare il suono della korà.
Il suono Bambarà differisce inoltre da quella Djeli a causa delle sue radici. La musicalità derivante dalla casta di cacciatori, che nasce da antichi rituali propiziatori. Musicalità dunque di struttura molto semplice, con canti antifonali esclusivamente maschili accompagnati da percussioni.
La sonorità Fulani
L’etnia nomade dei Fulani (Peul), diffusa in tutta l’area sahelica, ha invece una sua tradizione musicale specifica, caratterizzata da strumenti musicali facilmente trasportabili, come il flauto o il violino tradizionale ad una corda, o utensili adibiti anche ad altri usi, come i recipienti di zucca, o calabasse. Accade spesso che musicisti peul, soprattutto flautisti, vengano inseriti in ensable nelle tradizionali espressioni musicali e culturali, appartenenti ad altre etnie.
Influenza araba
Nel campo musicale, altre tradizioni etniche da rammentare sono quella Dogon dell’area nord orientale, mentre spingendoci sempre più verso nord, si fanno decisamente sentire quelle delle etnie del deserto, i Songhai e i Tamashek, dove viene riscontrata una tradizione musicale con forte influenza araba.
Artisti come Ali Farka Toure o i Tinariwen, con il loro “desert blues”, hanno contribuito a trasmettere anche oltre confine le forme ritmiche tradizionali del deserto, trasportando le stesse sulle corde di una chitarra elettrica.
Una particolare nota di attenzioneva data ad una tradizione musicale importante, che nasce nella regione di Wassoulou a cavallo tra Mali e Guinea. La musica del Wassoulou, non è legata a famiglie djeli, usa la scala pentatonica e il canto è affidato soprattutto alle donne, accompagnate da un coro femminile. La ritmica è potente ed è basata soprattutto sul djembe, sul karignan e sui flé, strumenti di zucche e conchiglie, mentre i testi delle canzoni sono spesso di critica costruttiva
alla società tradizionale.
Artisti di riferimento:
Ali Farka Toure, Baba Sissoku Oumou Sangare, Rokia Traore, Nahawa Doumbia, Lobi Traore, Neba Solo, Abdulaye Diabate, e Issa Bagayogo,
DA SAPERE:
MARTIN SCORSESE ha ricercato e trasportato in un film, il percorso di scoperta delle radici africane del blues. «Dal Mali al Mississippi », un viaggio che si conclude ai margini del deserto, il
Ténéré.
Dall’anno 2001, in pieno deserto, si tiene ogni metà gennaio un festival, nell’oasi di Essekrane a nord di Tombouctou. È una manifestazione che si svolge nella terra dei Kel Tamashek, «quelli che parlano tamashek», i Tuareg. Un nome che significa «abbandonati da dio» e che loro, giustamente, respingono.
Sulle sabbie a nord del fiume Niger è avvenuta una fusione tra la musica contemporanea e la poesia tradizionale Tamashek. I suoni Maliani, espressi da Selif Keita e Ali Farka Toure si amalgamano a versi poetici colmi di struggente nostalgia per la vita libera negli infiniti spazi desertici. Una denuncia su un futuro che avrebbe potuto esserci ed invece non c’è stato.
Risulta un incontro quasi leggendaro con il gruppo Tamashek più rappresentativo, i Tinariwen.
La storia dice che:
Il padre del fondatore del gruppo, Ibrahim, è fuggito in Algeria portandolo sulle spalle, prima di essere ucciso dai soldati maliani nel 1963, ai tempi della prima rivolta tamashek. Ibrahim iniziò costruendo da solo delle chitarre artigianali. L’incontro con le chitarre elettriche vere e proprie avvenne nei campi in Libia dove il colonnello Gheddafi addestrava i tamashek. La prima formazione dei Tinariwen è nata lì. Ibrahim faceva parte del Movimento popolare dell’Azawad, che combatteva contro il governo del Mali per l’emancipazione delle regioni settentrionali. Assieme a lui c’erano i primi membri del gruppo: Kheddou, Enteyedden e Mohammed. Le chitarre furono comprate dal capo dell’Mpa, Iyad Ag Ghali. La leggenda dice ancora che nella scaramuccia che fece scattare la seconda ribellione tamashek, a Menaka, un avamposto ell’esercito maliano vicino alla frontiera con il Niger, il 30 giugno 1990, Kheddou partìÏ all’attacco, kalashnikov in mano e chitarra elettrica sulla schiena.
Nel 1992, dopo l’accordo di pace, i Tinariwen hanno lasciato i kalashnikov, ma tenuto le chitarre diventate la cifra sonora dei loro due dischi «The Radio Tisdas sessions» e il recente Amassakoul», un’implosione di malinconia, misticismo e passione per le sorti del proprio popolo. Anche il deserto, che secondo un proverbio tamashek è stato creato da Dio perché gli uomini potessero trovare la propria anima, è assediato dalla modernità. Una modernità subìta, che sfilaccia i legami sociali, forse irrimediabilmente. Ma che offre anche, in angoli insperati, le risorse
per affidare la poesia di un popolo del deserto a una musica profonda e toccante, capace di viaggiare e farsi ascoltare e amare ovunque.............................................
Un ringraziamento particolare all'amico G.M.Rampelli di http://www.tpafrica.it/ per la gentile concessione di alcuni estratti di testo che sono stati utili per la creazione del post Mali- MUSICA, UN PO' D'ARTE E NON SOLO.... e la sua divulgazione
Mali - AFROCUCINA
Gnintinnadégué - Crema con gnocchetti di farina dimiglio fine
Ingredienti
Farina di miglio fine, acqua, sale, fèfè, zucchero, burro, caglio, latte in polvere, noce moscata e zucchero vanigliato.
Preparazione
Fare degli gnocchetti con la farina di miglio fine aiutandosi con un po' d'acqua. Mettere sul fuoco una casseruola con circa 2 litri d'acqua. Quando l'acqua inizia a bollire mettere sopra la casseruola
una couscoussiera contenente i gnocchetti formati e adagiati su di un fazzoletto ben pulito e lasciarli cuocere per circa un'ora. Successivamente assicuratevi che i gnocchetti siano pronti, dovrebbero diventare verdastri. A quel punto versate i gnocchetti in una ciotola e aggiungetevi un po' di burro mescolando bene, poi un pochino d'acqua per evitare che i gnocchetti si secchino.
Quando i gnocchetti si sono raffreddati, aggiungete lo zucchero, il sale, il fèfè (un goccio), del latte
in polvere ed infine il latte cagliato (almeno 3 litri), un po' d'acqua nel caso in cui il latte cagliato
non fosse sufficiente, dello zucchero vanigliato e un po' di noce moscata. La crema è pronta.
Note
Questa crema è utilizzata durante le grandi cerimonie di famiglia: matrimoni, battesimi, circoncisioni… e molto gradevole. Per la farina: utilizzate 2 kg di miglio decorticato, lavato e
trasformato successivamente in farina (macinato nel mulino o battuto. Il latte in polvere è
facoltativo così come anche i diversi odori.
Moni - Pappa alla farina di miglio
Ingredienti
Farina di miglio, limone o tamarindo, acqua, sale (facoltativo), latte cagliato (facoltativo) e zucchero.
Preparazione
Con la farina, fare dei gnocchetti aiutandovi con un po' d'acqua. Mettere sul fuoco una casseruola
con corca 2 litri d'acqua. Quando l'acqua inizia a bollire aggiungetevi i gnocchetti e fate cuocere per circa 20 minuti, successivamente aggiungete del limone (o del tamarindo) più un po' di farina
liquefatta (non bisognerà aggiungere acqua a questa farina) per rendere la pappa più compatta.
Aggiungere il sale (facoltativo) e lasciate cuocere per circa 15 minuti. Servire il piatto caldo. Si può aggiungere del latte cagliato.
Note
Questa pappa si serve anche come colazione. Si può anche somministrare ai malati.
Riso Jollof
Ingredienti
450 gr di carne, 225 gr di riso, 450 g di pomodori, 140 g di passata di pomodoro, 2 cipolle, 1 grosso peperone verde, 3 cucchiai di burro d'arachidi, Olio, 1 cuc.no di pepe di Cajenna o paprica, ½ cuc.no di timo, ½ cuc.no di spezie, 1 cuc.no di pepe nero, sale.
Preparazione
Fare soffriggere a fuoco lento in una grossa pentola la carne con olio e burro d'arachidi. Togliere la carne dalla pentola e nello stesso fondo di cottura fare ammorbidire le cipolle, il peperone ed i
pomodori tutti a pezzi non troppo sottili. Aggiungere la carne, la passata di pomodoro e le spezie.
Salare. Aggiungere acqua o brodo e portare ad ebollizione. Aggiungere il riso e portarlo a cottura
(aggiungendo, se necessario, dell'altra acqua). (tempo di preparazione 40 min.).
Note
Il riso Jollof è di origine Nigeriana ma diffuso in tutta l'Africa occidentale. E' un piatto unico,
abbastanza simile alla paella spagnola. Può essere realizzato indifferentemente con un solo tipo di
carne oppure utilizzando un insieme di tipi diversi (pollo, manzo, agnello). Per le spezie potete
usare una mistura di spezie già pronta (tipo curry) oppure prepararla da soli mescolando cumino,
curcuma e coriandolo.
Riz gras
Ingredienti
300 gr. riso (tipo Thai), 1 pomodoro, 1 cipolla, 2 gombo, 2 gobo (o melanzana), un litro e mezzo
brodo di carne o dado, peperoncino piccante.
Preparazione
Soffriggere la cipolla nell'olio, aggiungere il pomodoro con i gombo e i gobo tagliati a pezzetti; una
volta rosolati aggiungere il riso ed il peperoncino. Unire il brodo e portare a cottura (circa 20 minuti).
Note
Il Riz gras, presente in tutta l'Africa occidentale, è sostanzialmente un risotto arricchito da verdure. Vi troverete degli alimenti particolari come Il gombo è una tipica verdure africana che non assomiglia a nessuna verdura italiana; da qualche tempo è comunque possibile reperire il prodotto anche in alcuni negozi italiani (europei). Il gobo è una piccola melanzana coltivata in Africa che può essere, grossomodo, sostituita da una nostra melanzana.
Ingredienti
400 gr arachidi sgusciate, olio d'arachidi, ½ limone, peperoncino, sale.
Preparazione
Mettere nel mixer le arachidi sgusciate con un cucchiaio di olio d'arachidi. Azionare fino a che le arachidi siano perfettamente macinate. Aggiungere il succo di mezzo limone ed il peperoncino macinato. Regolare il sale.
Note
Il Mali è uno dei maggiori produttori mondiali di arachidi; nella sua cucina non potevano quindi
mancare preparazioni che utilizzano questo seme sia come ingrediente che come derivato (olio e
burro d'arachidi). Questa salsa è utilizzata per condire il To.
Salsa nera – salsa al gombo fresco
Ingredienti
Gombo fresco, 1/4kg di carne senza ossa e tritata, un bel pezzo di pesce secco (meglio se pesce
cane), un po' di potassa, soumbala (bacche) , sale e peperoncino (facoltativo)
Preparazione
Tritare o tagliare finemente il gombo fresco, tritare anche la carne senza ossa (oppure pestarla).
Mettere sul fuoco una casseruola con almeno 1 litro d'acqua. Aggiungete il gombo tritato e un
cucchiaio di potassa e una presa di sale. Lasciate cuocere per circa 30 minuti, poi aggiungere la
carne tritata, il pesce secco battuto e un momento dopo i soumbala. Lasciate cuocere a fuoco lento per circa 30 minuti ancora. La salsa è cotta quando i grani del gombo diventano rossi. Servite con del toh e salsa rossa.
Seri - Pappa di riso
Ingredienti
1/2 kg di riso per 5 persone, acqua, zucchero, latte cagliato (o altro latte in polvere o concentrato
zuccherato o concentrato non zuccherato), sale (facoltativo).
Preparazione
Mettere sul fuoco una casseruola con circa 1 ½ litri d'acqua. Quando inizia a bollire, aggiungete il
riso ben lavato e un po' di sale (facoltativo). Lasciate cuocere circa 45 minuti. Il riso sarà cotto ma senza aver assorbito tutta l'acqua di cottura. Versare, alla fine, il riso in una tazza e aggiungere zucchero e latte.
Note
Questa pappa è molto spesso servita come colazione in molte famiglie e spesso come dolce dopo
cena.
Stufato di igname
Ingredienti
1 kg di carne, 2 igname (tubero), 1 grossa cipolla, ½ litro d'olio, 5 pomodori freschi, pomodoro
concentrato, aglio, pepe, sale e lauro.
Preparazione
Sbucciare gli ignami e tagliarli a cubetti e lasciarli da parte. Scaldare l'olio in una casseruola con un pizzico di sale, i pomodori freschi schiacciati e infine il pomodoro concentrato (un cucchiaio circa). Lasciate cuocere per circa 20 minuti, aggiungete un po' d'acqua, lasciate cuocere ancora un
momento. Successivamente aggiungete ancora un po' d'acqua (circa ½ litro). Lasciate cuocere.
Ripetete questa operazione fino a che la carne sia ben cotta e alla fine aggiungere circa 1 litro
d'acqua. Quando inizia a bollire, versate i cubetti d'igname lavati e coprite la casseruola lasciando
cucinare per circa 1 ora. Aggiungete, verso la fine della cottura, l'aglio, il pepe, il lauro… Lo stufato
è così pronto.
Note
Generalmente è un piatto che si serve a cena e in occasione di grandi cerimonie di famiglia:
matrimoni, battesimi…
To
Ingredienti
400 gr di farina di miglio, un litro e mezzo di acqua, sale.
Preparazione
Portare l'acqua a bollore, aggiungere il sale e quindi versare a pioggia la farina mescolandola per
evitare la formazione di grumi. Mescolare regolarmente durante la cottura (circa 30 min.).
Note
Il To è una polenta di miglio piuttosto consistente che viene consumata in tutto il Mali ed anche in altri paesi limitrofi. Viene solitamente servito con una salsa, tipicamente una salsa di arachidi o con altri vegetali. Nei paesi Dogon è accompagnato da una salsa di foglie di baobab.
Mali - PARCHI ed AREE PROTETTE
La situazione climatico-ambientale, che contribuisce ad inaridire il Mali, amplia le aree sabbiose esistenti. L’alto incremento percentuale di inaridimento, vicino al 65% del territorio globale, porta lo stesso ad una morfologia assimilabile a quella del deserto.
La secchezza dei terreni, è dovuta soprattutto ad alcuni fattori quali, la siccità, il pascolo intensivo, l’erosione data dai costanti venti periodici (es: Harmattan ) ed all’uso continuo di legna da ardere.
Anche se sono presenti alcune vaste aree boschive, soprattutto al sud del paese, non si notano sul territorio ampie distese di foreste lussureggianti accompagnate da una fauna diversificata e ricca.
Vi sono comunque alcune aree protette, salvaguardate o degne d’attenzione.
La cura di queste nicchie naturali, parchi nazionali e riserve faunistiche, è data in gestione al Dipartimento dei Parchi Nazionali (Direction des parcs nationaux).
Il Servizio Forestale si occupa della gestione dei territori all'interno del patrimonio forestale, comprese le foreste demaniali. Sia il Servizio Forestale che il Dipartimento dei Parchi Nazionali fanno parte del Dipartimento delle Acque e delle Foreste (Direction générale des eaux et forêts), all'interno del Ministero delle Risorse Naturali e del Bestiame.
Di contro invece, la zona sahariana e i suoi habitat godono di limitatissime protezioni.
Senza considerare le foreste demaniali, il sistema di aree protette copriva nel 1992 il 3.7% del Paese.
Fin dalla dominazione coloniale francese, a tutela di talune aree, furono promulgati decreti e convenzioni che permisero la creazione di parchi e riserve. Il primo parco nazionale istituito fu il Boucle de Baoulé, le successive aree faunistiche che seguirono, furono istituite durante gli anni 50 nel sud del Paese. La convenzione di Ramsar, fu il primo vero trattato intergovernativo con scopo globale, nella sua accezione più moderna, riguardante la conservazione e la gestione degli ecosistemi naturali. Se la confrontiamo con le più moderne convenzioni (vedi ad esempio la Convenzione sulla Diversità Biologica) le indicazioni di Ramsar sono specifiche e spesso di limitato
impatto in quanto si riferiscono a siti specifici. La Convenzione di Ramsar nacque dall'esigenza di invertire il processo di trasformazione e distruzione delle Zone Umide che sono gli ambienti primari per la vita degli uccelli acquatici, che devono percorrere particolari rotte migratorie attraverso diversi Stati e Continenti per raggiungere ad ogni stagione i differenti siti di nidificazione, sosta e svernamento. Lo stesso nome del trattato riflette il fatto che l'enfasi originale, compresa l'accezione di uso saggio, doveva essere la conservazione degli uccelli acquatici, ma con il tempo, e con l'aumentare dei trattati internazionali per la conservazione della natura, la Convenzione ha cercato di allargare i suoi obiettivi su tutti gli aspetti riguardanti la
conservazione e l'uso sostenibile delle zone umide. Secondo molti, però, la Convenzione non è mai riuscita ad acquisire la forza e le capacità necessarie per coordinare il difficilissimo dibattito internazionale riguardante alcuni aspetti della gestione dell'acqua, per i quali altri movimenti internazionali si sono iniziati. La Convenzione di Ramsar, ad oggi sottoscritta da più di centocinquanta paesi e con oltre 900 Zone Umide individuate nel mondo, rappresenta ancora l'unico trattato internazionale moderno per la tutela delle Zone Umide, sostenendo i principi dello
sviluppo sostenibile.
il Parco nazionale dell'ansa del Baulé è una vasta zona protetta di quasi 800.000 ettari, che si estende da Siby a Kita, fino ai dintorni della frontiera mauritana. Comprende diversi ecosistemi: foreste a galleria, palmeti, foreste di bambù, laghi. Nella zona esistono le specie più belle di antilopi africane, sono state reintrodotte delle giraffe, abbondano scimmie e facoceri. La stagione migliore per osservare questa fauna è tra febbraio e giugno. Gli amanti di archeologia troveranno anche qualche sito, di loro gusto, nella riserva.
La riserva faunistica di Bafing Makana, creata nel 1990 è forse uno degli ecosistemi tra più particolari nel Mali, in quanto vi presiede un progetto specifico di reintroduzione di specie autoctone estinte da tempo immemore da queste zone. Gli amanti della fauna selvaggia potranno incontrare: leoni, leopardi, lontre, ippopotami, coccodrilli e moltissimi scimpanzé.
Rammentando che il MALI è tagliato longitudinalmente dal fiume NIGER, possiamo ben comprendere che la parte preponderante della fauna, che raccoglie innumerevoli specie di origine autoctona o migratoria, è data dall’AVIOFAUNA. Numerose sono le specie di anatidi e di aironi che stazionano sulle rive, rapaci, stigiformi, trampolieri e quant’altro che possano soddisfare interesse e curiosità di qualsiasi birdwatcher. Di seguito, si propone una checklist che elenca quasi tutte le specie di uccelli osservate in Mali ed è basata su aggiornamenti incrociati con le informazioni disponibili da BIRDLIFE International
Ceck AVIOFAUNA:
Pivanello maggiore, pivanello tridattilo, pivanello pancianera, pivanello comune, Combattente, Beccolargo, Labbo codanera, gabbiano testagrigia, gabbianello, sterna zampenere, sterna maggiore, mignattino, sterna comune, sterna dougall, beccapesci, piccione selvatico, parrocchetto dal collare, barbagianni comune, gufo di palude, avvoltoio capovaccaio, topino comune, rondine comune, astrilide, tessitore testanera, martin pescatore, aquila dal cappuccio, dendrocigna, alzavola, codone, mestolone, sgarza ciuffetto, airone comune, airone dorso verde, airone guardabuoi, airone cenerino, airone rosso, airone bianco maggiore, garzetta, mignattaio, spatola bianca, pellicano, falco pescatore, gheppio, falco pellegrino, gallinella, faraona, piviere, pittima
reale, pittima minore, voltapietre, piro-piro, chiurlo...............
occorre considerare che con un po di fortuna e magari un pizzico d’esperienza, potremo incontrare solamente alcune delle specie indigene, che sopravvivono relegate in determinate zone al di fuori delle aree di conservazione. Si potranno osservare gli Ippopotami di karioumé, i coccodrilli di Gao, gli elefanti del Gourma, qualche raro facocero nella brousse, il lamantino nelle acque di Youvarou (studiato anche dall’acquario di genova), qualche scimmia, soprattutto babbuini, nelle boscaglie ai bordi del fiume o nelle foreste al confine col Burkina, verso sud nei dintorni di Sikassò.
Sparsi o addomesticati infine, asini africani e dromedari (selvatici o domestici) contendono il territorio arido ai conigli selvatici ed alle ultime gazzelle. I rarissimi pitoni ormai sono da considerarsi un miraggio, però potrebbe capitare di fare un incontro, non troppo gaio, con un cobra sputatore o una vipera.
Nelle aree delimitate (parchi e riserve) invece potremo trovare le specie autoctone, oggi estinte e reintrodotte, quali: Leoni, Leopardi, antilopi, bufali e giraffe.
domenica 24 agosto 2008
Mali - VEGETAZIONE ARBOREA
Il terreno, dunque, è rivestito da un vasto patrimonio arboreo, diversificato non solo per quantità ma anche per differente numero di specie presenti.
Si possono ammirare questi cambiamenti partendo dall’osservazione delle foreste che rivestono le regioni più meridionali, passando alla meravigliosa imponenza dei grandi “patriarchi” che, solitari punteggiano la Brousse fino ad incuriosirsi per gli esili gruppi d’arbusti che arrancano solitari nelle zone pre-sahariane.
Importante sapere cos’è la “Brousse”. Il termine, letteralmente, sta a significare “Savana” anche se viene generalmente utilizzato per indicare tutto ciò che è al di fuori di qualsiasi agglomerato urbano. Per meglio comprendere quanto sopra, immaginiamo di fare un viaggio tra le differenti latitudini del paese.
L’estremo sud, rastremato da rare piste in rossa laterite, è il regno dei grandi alberi che uniti in grandi distese caratterizzano le foreste. È la patria dei mogani, bombacacee, “piedi d’elefante”, sicomori e manghi.
Più si sale verso nord, meno aggregazione ad alto fusto possiamo osservare. Piantagioni e coltivazioni dividono il territorio con alberi di medio o piccolo fusto, quali banani, anacardi ed ancora manghi che competono con alberi di karité, neré e nim.
In questo quadro compaiono anche balazan e cassie, con una propria nicchia ecologica che permette loro di trovare la giusta collocazione.
Continuando in direzione nord, si entra nella brousse arbustiva, dove constateremo una maggior diradazione di campi coltivati. Qui, la morfologia del territorio permette la sopravvivenza di grossi ed isolati alberi, i quali vegetano contendendosi la falda freatica. Borassi, palme dum, baobab, acacie e tamarindi.
Salendo ancora di latitudine, entriamo nella brousse tigrata, che prende il nome dalla caratteristica vegetazione, poiché presenta tratti di terreno spoglio che si alternano con striscie di vegetazione. Gli arbusti quì imperversano con il dattero selvatico ed il cram-cram, una graminacea che produce bacche spinose.
Le aree desertiche sono punteggiate da forme scheletriche con chiome crespe e ruvide, che arrancano nel terreno ormai prossimo ad avere peculiarità non dissimili a quelle della rena. Alcune di esse difendono la loro esistenza con caratteristiche che le assoggettano alla categoria di piante velenose. A tal proposito basterebbe ricordare il lattice tossico delle calotropis. Le piccole acacie spinose invece annunciano il nostro arrivo alle porte del deserto vero e proprio.
A seguire, verranno illustrate alcune delle più significative specie vegetali che sono presenti in Mali.
ACACIA SEYAL in Bambara: sadee o zayee
Appartenente alla famiglia delle mimosacee, raggiunge un’altezza considerevole per la sua specie, oltre i 15 metri. La chioma presenta foglie minute di un verde intenso che affiancano grosse spine di circa 6-7 centimetri di lunghezza. I fiori, che si presentano come sfere di un bel colore giallo ed i baccelli arcuati, adornano le terminazioni della pianta. Il tronco invece ha una caratteristica tonalità verdastra o color bruno ruggine. La piccola quantità di gomma che viene ricavata da quest’albero viene usata solamente come afrodisiaco. La chioma costituisce un buon foraggio per gli animali. Le radici e la corteccia, in decotti, vengono somministrate contro dissenteria, sifilide, lebbra. La concentrazione del liquido ottenuto dalla decantazione delle radici e della corteccia, unito al burro liquido, viene invece utilizzato per curare cefalee.ACACIA ALBIDA - BALANZAN
Specie nativa dell'Africa e del Medio Oriente, solo in seguito diffusasi in Asia fino a India e Pakistan. E’ un albero spinoso che Può raggiungere i 30 m di altezza e i 2 m di diametro del tronco. Ha radici che possono penetrare nel suolo fino a grandi profondità, grazie alle quali riesce a sopravvivere a periodi di siccità; vive in aree con precipitazioni comprese fra i 250 e i 600 mm. Nel Sahel. svolgendo un ruolo determinante per l'apicoltura, perché i suoi fiori sbocciano all'inizio della stagione delle piogge, quando la maggior parte delle altre piante locali non sono fiorite. In molti luoghi i frutti sono usati come foraggio per il bestiame, e in Nigeria sono il principale nutrimento dei dromedari. Il legno è un buon combustibile, e viene usato anche per costruire canoe e pestelli. La corteccia o suoi estratti hanno anche applicazioni mediche, in particolare nella cura delle infezioni del tratto respiratorio, della malaria, della febbre e del mal di denti. Un estratto della corteccia serve anche per trattare le infezioni oftalmiche degli animali da allevamento. è la pianta ufficiale della città di Segou, nel Mali. Il nome balanzan deriva dalla lingua autoctona di etnia bambara. Secondo una leggenda locale, a Segou ci sono 4.445 alberi di balanzan, uno dei quali è il misterioso "albero mancante", che nessuno sa dove si trovi.ADANSONIA DIGITATA – BAOBAB
ADENIUM OBESUM - PIEDE D’ELEFANTE
Con un arbusto non molto alto, al massimo 4 metri, la sua forma panciuta lo fa assomigliare ad un piccolo baobab. Raggiunge però un metro circa di diametro alla base. Mentre la chioma e rigogliosa di foglie durante la stagione delle piogge, la fioritura avviene nella stagione secca. Questa pianta è anche conosciuta come “rosa del deserto” per la forma ed il colore intenso deipetali dei suoi fiori, che donano una tonalità rosata alla brousse.
I frutti sono baccelli allungati che contengono migliaia di microscopici semi. La scorza presenta una superficie liscia e gonfia. Dalle ferite della pianta sgorga un liquido biancastro e trasparente, nocivo per gli occhi. avendo un contenuto tossico cardiaco, in alcune “regioni” viene utilizzato per avvelenare frecce o preparare esche per iene e sciacalli. Le radici, ridotte in poltiglia, servono come veleno per catturare i pesci. Trattato, in medicina, rileva la sua utilità nella cura di ulcere, dermatosi e carie dentali
ANACARDIUM OCCIDENTALE - ANACARDIO In Bambara: somo
L'Anacardio e' un albero da frutta tropicale, originario dell’Amazzonia, in Brasile.Venne introdotto in Africa dai Portoghesi nel XVI secolo, ed oggi, con l’India, l'Africa risulterebbe una delle maggiori produttrici ed esportatrici di mandorle commestibili.
Appartiene alla Famiglia delle Anacardiacee, e ha una caratteristica forma di fruttificazione.
Infatti l'anacardio fornisce ad un tempo due tipi di frutti intimamente uniti: uno fresco, la "mela d'anacardio" e uno secco, la "mandorla o nocciola d'anacardio".
La mela d'anacardio e', botanicamente, un falso frutto in quanto è il risultato di una ipertrofia del peduncolo floreale che arriva a raggiungere le dimensioni di una mela più o meno piriforme.
Si presenta con superficie liscia, sottile e fragile, di colore dal giallo al rosso vivo, e con una massa polposa ma fibrosa dal gusto dolce e lievemente asprigno e rinfrescante. La "mandorla o nocciola d'anacardio" (il vero frutto) e' una noce reniforme provvista di un duro pericarpo, contenente un seme oleoso e commestibile.
Nei paesi produttori, invece del seme se ne mangia il frutto (falso frutto). Durante il periodo
stagionale della produzione, che in Africa corrisponde al periodo primaverile, dal frutto, si estrae un succo che viene bevuto dopo essere stato leggermente fermentato. La pianta dell'anacardio riveste un notevolissimo interesse economico per i molteplici usi, oltre a quello alimentare, che si fanno di ogni sua parte: dal guscio si estrae un inchiostro indelebile, il succo ha un potere antitermiti molto apprezzato, dal frutto si ricavano alcool e aceto e, previa pressione, un olio pregiato. Il succo, di colore nerastro, è resinoso ed estremamente caustico, e viene usato in medicina. Il seme contiene un olio irritante che deve essere eliminato con il calore prima che il seme possa essere estratto con molta cura per evitare di contaminarlo. Trasformare gli anacardi in noce commestibile é una procedura complicata e richiede molta mano d’opera. Solo il 10% della produzione grezza passa indenne attraverso le varie fasi della trasformazione e confezionamento. Questo spiega il prezzo elevatissimo degli anacardi sul mercato europeo. L'anacardio in guscio viene tostato in modo da prepararlo alla rottura del guscio stesso, fatta per lo più a mano. Il frutto viene nuovamente scottato per facilitare la rimozione della leggera pellicola scura che lo ricopre. L'anacardio è un frutto che tende a irrancidire molto facilmente per cui, per ben conservarlo, occorre limitare il contatto con l'aria.
AZADIRACHTA INDICA – NIM
Albero della famiglia delle Meliaceae, originario dell’india, venne introdotto nell'Africa occidentale ai primi del XX secolo per fornire ombra e impedire al deserto del Sahara di estendersi a sud. Presenta numerose proprietà medicamentose tanto che in alcuni luoghi viene chiamato "la farmacia del villaggio". Per secoli si è ricorso a questa pianta per curare dolore, febbre e infezioni. Esiste una credenza che attribuisce a questa pianta un “potere” depurativo per il sangue, per cui, in alcuni casi qualche foglia viene talvolta consumata. Inoltre si puliscono i denti con i suoi rametti, si curano i disturbi della pelle con il succo ricavato dalle foglie e se ne beve l'infuso come tonico.Il nim, presente nelle regioni tropicali, appartiene alla famiglia del mogano. Raggiunge 30 metri di altezza e circa 2,5 metri di circonferenza. Dato che di rado perde le foglie, la sua chioma fornisce ombra tutto l'anno. Cresce in fretta, richiede poche cure e sopravvive bene nei terreni poveri. Oltre a provvedere ombra tutto l'anno nei paesi in cui fa molto caldo, questo albero può fornire legna da ardere. Per di più, il suo legno inattaccabile dalle termiti è utilizzato nell'edilizia e in falegnameria. Quindi, anche solo a giudicare dalla sua utilità come albero, il nim ha parecchi pregi. Si dice che le sue foglie allontanino gli insetti molesti; Nel 1959 un entomologo tedesco e i suoi allievi, dopo avere assistito nel Sudan a un'impressionante piaga di locuste durante la quale miliardi di esse divorarono le foglie di tutti gli alberi tranne quelle del nim, si misero a studiare questa pianta con grande impegno. Gli scienziati hanno appreso da allora che il complicato arsenale chimico del nim è efficace contro oltre 200 specie di insetti come pure contro vari acari, nematodi, funghi, batteri e perfino diversi virus. I ricercatori hanno fatto un esperimento, mettendo in un contenitore foglie di soia insieme a coleotteri giapponesi (Popillia japonica). Metà di ciascuna foglia era stata irrorata con estratto di nim. I coleotteri hanno divorato la metà non
irrorata di ogni foglia ma non hanno toccato le parti trattate. Sono morti di fame piuttosto che
mangiare anche piccole parti delle foglie trattate. E’ un pesticida poco costoso, non tossico e di
facile preparazione in alternativa a quelli sintetici. Con 80 grammi di semi per ogni litro d'acqua,
tenuti a bagno per 12 ore, successivamente pestati e scolati si ottiene un composto liquido utile ad irrorate le colture. I prodotti ricavati da questa pianta non uccidono direttamente la maggioranza degli insetti. Questi spray alterano i processi vitali dell'insetto, che alla fine non riesce più a nutrirsi, riprodursi o fare la metamorfosi. Ma anche se i prodotti ricavati dal nim sono efficaci contro gli insetti, non sembra che siano nocivi per gli uccelli, gli animali a sangue caldo e gli esseri umani. Il nim può essere utile alle persone anche in altri modi. I semi e le foglie contengono dei composti che hanno rivelato proprietà antisettiche, antivirali e fungicide. Secondo alcuni, potrebbe essere efficace contro le infiammazioni, l'ipertensione e le ulcere. Si dice che medicinali ricavati da estratti del nim combattano il diabete e la malaria. Una sostanza ricavata da questa pianta, detta salannina, è un forte repellente per certi insetti che pungono. È in commercio un insettifugo contro mosche e zanzare ricavato dall'olio di nim. Utile per l'igiene della bocca, un rametto di nim, con l’estremità masticata, per ammorbidirla, funge da presidio medico orale strofinato su denti e gengive. Le ricerche indicano che ciò è utile perché le sostanze contenute nella corteccia hanno un forte potere antisettico.
BALANITES AEGYPTIACA - DATTERO SELVATICO In Bambara: seguene o zegene - In tamachek: taborak
Con caratteristiche simili a quelle dell’acacia spinosa, ha una taglia medio piccola che porta le sue dimensioni massime a circa 6 metri d’altezza. Ha foglie piccole di forma lanceolata ed enormi spine di color verde intenso che raggiungono anche una decina di centimetri. Non ha esigenzeparticolari e vegeta tranquillamente in terreni sabbiosi. Con fiori piccoli ed insignificanti, questa pianta fruttifica a grappoli una sorta di dattero dalle dimensioni di un’oliva. Sotto la scorza secca, una polpa collosa dal gusto dolce amaro (ricorda il rabarbaro) avvolge il seme. Questo frutto, oltre ad essere energetico, visto che contiene il 40% di zuccheri, è anche leggermente lassativo. I noccioli commestibili vengono per lo più pestati nei mortai e trasformati in sapone. Coi frutti si ricava una prodotto utile nella lotta contro le mosche (vettori del verme di Guinea) mentre le radici regalano un detergente ed un lenitivo contro le coliche. Dalla scorza infine, si ottengono rimedi contro mal di denti, vermi intestinali, epilessia, malattie mentali, febbre gialla, sterilità e sifilide.
BORASSUS AETHIOPUM – BORASSO In Bambara: sebe - In Peulh: akot o dubé
È molto alta e può raggiungere 25/30 metri. il tronco può arrivare ad un diametro di 60 centimetri e la Corteccia ha un colore grigio verde. Le foglie, molto tipiche, sono lunghe e flabelliformi. Negli esemplari di sesso maschile, le stesse, caratterizzate da infiorescenze ramificate, possono raggiungere la lunghezza di quasi 4 metri. le piante femmina le hanno corte e non ramificate. I frutti si presentano in grandi grappoli di noci sferiche arancio/brune. Un intero grappolo può pesare da 25 a 30 chili. La polpa dei frutti è biancastra, molto oleosa e succosa. Contiene grandi semi brunastri. Tutte le parti di questo albero sono utilizzate. I giovani germogli della pianta sono un ottimo legume. Dalla linfa si estrae zucchero che viene trasformato in una bevanda alcolica molto apprezzata. La polpa oleosa del frutto ed i semi ricchi di amido, sono alimenti molto utilizzati nella cucina. I frutti contengono un liquido dolce che viene bevuto come latte. I noccioli e la scorza dei semi servono per fabbricare oggetti di artigianato. Con le foglie, si intrecciano stuoie, cesti e molti tipi di corda. Con le parti fibrose della pianta si confezionano reti e si fabbricano mobili, recinzioni e scope. Il legname che si ricava dalla pianta, è utilizzato nella costruzione di abitazioni o palizzate. Viene venduto a prezzo elevato, soprattutto quando è trasformato in travi per la copertura dei tetti. Molte sono le utilizzazioni medicinali: il decotto di radici è una bevanda rinfrescante per i neonati. La polvere dei fiori delle piante maschio, mescolata a burro di karitè, guarisce le irritazioni della pelle. Alcune altre parti della pianta vengono usate contro il mal di gola e la bronchite.
BUTYROSPERMUM PARKII - KARITE’ In Bambara: si
di 5-8 cm di lunghezza e 3-4 cm di larghezza, circondate da un pericarpo spesso 4-8 mm, molto carnose, zuccherate e viscose. In genere contengono un solo seme (a volte due), ovale, arrotondato, rosso scuro, lungo 2,5-4 cm, munito di un guscio lucente, fragile, spesso 1 mm.
L'estrazione del Burro di Karité avviene ancora, nel luogo di origine, con un processo artigianale.
Dopo la selezione dei semi e la loro frantumazione si ottiene un prodotto di colore variabile dal
verde chiaro al giallino, di odore gradevole e di sapore quasi dolce, che può essere impiegato puro, oppure si può usare come base di molti prodotti cosmetici. Il Burro di Karité ha un’utilizzazione importante nell’industria cosmetica, viene usato a scopo alimentare e può essere impiegato in usi medicinali, da solo o in combinazione con altre piante. Viene utilizzano ad esempio come balsamo per massaggi contro i reumatismi, gli indolenzimenti, le bruciature, gli eritemi solari, le ulcerazioni e le irritazioni della pelle. Le donne lo impiegano come protettivo contro l'azione del sole. La buccia e la polpa del frutto sono mangiate tal quali o cucinate secondo antiche ricette; il grasso contenuto nel seme, cioè il Burro di Karité, viene usato come condimento, simile al nostro burro, ma anche come prodotto cosmetico per la pelle e per i capelli. I residui delle lavorazioni si utilizzano come mangime per il bestiame; il grasso serve anche per fare candele, per ricavarne detergenti simili al nostro sapone o per ottenere olio combustibile. Il lattice delle foglie, della scorza e del midollo del tronco serve come colla e come base resinosa per il chewing-gum. Il legno, che è molto duro e pesante, viene utilizzato per costruzioni, per oggetti di cucina e artigianali.
LEGUMINOSAE-CAESALPINIOIDEAE - CASSIA In Bambara: sinia
Questa pianta, come per l’Acacia Seyal, presenta, nel periodo delle infiorescenze, delle bellissime macchie gialle sulla chioma. I suoi fiori però, scendendo a grappoli che raggiungono oltre i 40 centimetri di lunghezza. La fioritura avviene a rami completamente spogli dalle foglie. I frutti invece sono cilindrici ed allungati. La cima della pianta raggiunge i 10 metri d’altezza col suo fusto di un bel legno rosso chiaro, la cui durezza lo rende utile per la costruzione di utensili, di contro è ritenuto poco indicato per i fuochi, in quanto sprigiona molto fumo. Le proprietà terapeutiche della corteccia, ricca di tannino, fan si che questo vegetale sia utilizzato per curare dolori addominali ed itterizia, come lassativo e vermifugo. Il composto dato da una soluzione di miele ed una sospensione di radici macerate, è ritenuto utile contro la bilharziosiDIOSPYROS MESPILIFORMIS - EBANO In Bambara: sunzun - In Peulh: ganadje
Classificato nel genere Diospyros della famiglia delle ebenacee, è un sempreverde d’altezza che varia dai 13 ai 16 metri. Si tratta di un albero particolarmente alto, caratterizzato da foglie semplici ovate, disposte in modo alterno lungo i rami. La fioritura, che avviene nei mesi di aprile e maggio, presenta piccole “pannocchie” di fiori maschili con dimensioni che non superano un paio di centimetri. I frutti, che maturano tra ottobre e febbraio, assomigliano a prugne di color ocra di tre centimetri di diametro, sono commestibili e presentano al palato un sapore zuccherato e leggermente acidulo. Il legno di ebano è proverbialmente duro e scuro, caratterizzato da una grana finissima, che lo rende molto pesante. Il suo colore, nero nelle varietà più pregiate, si deve alla deposizione di tannini. La cosa curiosa è che, appena abbattuto, il tronco è chiaro con sfumature giallastre e diventa nero solo dopo una lunga esposizione all’aria.Assai noto e ritenuto molto pregiato fin da tempi antichissimi, è stato da sempre impiegato per
sculture e lavori di intaglio. Alcune parti dell’albero sono ritenute interessanti nella cura di nevralgie, mal di denti e diarree. Il decotto delle sue foglie invece produce un infuso utilizzato
contro gli stati febbrili. Parti di radici e corteccia vengono impiegate contro la lebbra, malaria e
sifilide.
DELONIX REGIA - FLAMBOYANT
È un albero maestoso che può superare i quindici metri di altezza, con rami allargati portanti foglie bipennate ed una abbondante e spettacolare fioritura, con fiori che raggiungono il diametro di 15 centimetri ed hanno una colorazione di un’intensa tonalità rossoarancio.Il frutto è un baccello bruno, lungo fino a 50 centimetri, contenente alcuni semi oblunghi, scuri e striati sui bordi, che lontanamente ricordano i semi dei girasoli, con germinabilità medio bassa. Si riproduce anche per talea. Nelle zone temperate questa pianta è coltivata per ornamento dei giardini o nelle alberate stradali.
'Flamboyant' è una parola francese che significa "fiammeggiante", per l'aspetto alla fioritura. 'Albero di fuoco', analogamente è in relazione alla pianta in fiore. Delonix è un termine derivato dal greco e letteralmente si traduce con "unghia all'ingiù" con riferimento all'aspetto dei petali; regia sottolinea il portamento imponente della specie.
FICUS GNAPHALOCARPA - SICOMORO
Si tratta di un albero d’alto fusto sempreverde, molto comune in Medio Oriente e in alcune regioni dell’Africa tropicale e del Sudafrica. Generalmente predilige le zone paludose, le rive dei fiumi e le regioni di pianura soggette ad allagamenti temporanei; è comunque ben adattato anche alla savana. Alto generalmente 10-25 m, sebbene siano noti esemplari di oltre 45 m, il sicomoro ha una chioma ampia e tondeggiante e il fusto rivestito da una corteccia tipicamente “butterata”, di colore giallastro. Le ampie foglie hanno forma ovale, colore verde scuro e consistenza coriacea. I minuscoli fiori sono di colore verde. I frutti, inizialmente gialli e rossi a maturità raggiunta, sono siconi commestibili e si sviluppano sui rami in densi grappoli; possono raggiungere i 5 cm di diametro. il sicomoro (il cui nome deriva dal greco e significa “gelso che produce fichi”) costituisce una notevole risorsa per la fauna e per le popolazioni locali. I frutti, così come le foglie, possiedono un notevole valore nutritivo e possono anche essere essiccati e conservati. Ricercati da uccelli e mammiferi, vengono raccolti dall’uomo per la propria alimentazione e come cibo per il bestiame. Le foglie sono usate per il trattamento dell’ittero e del veleno di serpente; il latice che si ricava incidendo la corteccia è un rimedio contro la dissenteria e la tigna, la tosse e le infezioni della gola. L’albero ha un ruolo importante per il miglioramento della qualità del suolo e per il suo consolidamento; impiegato già nell’antico Egitto come pianta da ombra e da legno (ad esempio, per la realizzazione di sarcofagi), è un ottimo sito di nidificazione per gli uccelli e un rifugio per altre specie animali. Il suo legno, di colore chiaro, si lavora con facilità. L’albero, infine, ha una funzione cerimoniale nei rituali di diverse tribù africane.HYPHAENE THEBAICA - PALMA DUM In Bambara: kolo kotole - In Peulh: djelehi
KHAYA SENEGALENSIS - MOGANO DEL SENEGAL In Bamabara: dyala - In Peulh: kail
Si dice che furono i primi schiavi africani a far notare ai conquistatori spagnoli le stupende qualità del m'oganwo (“Re del Legname”), i quali lo importarono in Europa. Gli spagnoli lo denominarono col termine indigeno caoba, che voleva dire “frutto che non si mangia”, facendo riferimento alla grande capsula legnosa che contiene i semi alati. Gli inglesi, seguendo la pronuncia africana lo chiamarono mahogany, nome con il quale è conosciuto commercialmente ed in varie lingue. È dunque una specie tropicale appartenente alla famiglia delle meliacee. Diffuso generalmente in aree con caratteristiche umide, per cui si trova spesso ai bordi dei fiumi o quantomeno nella loro vicinanza. L’albero è caratterizzato da foglie ovali ed oblunghe e da fiori minuscoli. I frutti,piccoli globi legnosi, si dividono in quattro valve. Il legno, dal colore bruno rossastro, con elevata resistenza all’attacco di funghi ed insetti, ha una buona lavorabilità, per questi motivi viene frequentemente utilizzato nella realizzazione di mobili. Il tronco, che raggiunge un diametro considerevole, lungo e diritto, sovente è scelto per la costruzione di piroghe. A livello medicamentale, un estratto di radici viene impiegato contro l’itterizia, piaghe, punture d’insetti, vermi solitari e gengive infiammate, inoltre è un buon lassativo.
Semi e foglie curano febbri e nevralgie le radici, infine, sono utilizzate contro lebbra, sifilide, sterilità e nel trattamento di malattie mentali.
MANGIFERA INDICA - MANGO
PARKIA BIGLOBOSA - NERE’
TAMARINDUS INDICA – TAMARINDO In Bambara: domi
Si tratta di un albero massiccio, a crescita lenta, che in condizioni favorevoli può arrivare anche a 30 m di altezza e più di 7 m di circonferenza. Le foglie pennato-composte, lunghe fino a 15 cm, sono costituite di numerose foglioline. Come accade in altre specie di Leguminose, le foglie si richiudono durante la notte. Le foglie sono caduche durante la stagione asciutta solo nei luoghi che hanno una stagione secca particolarmente prolungata. I fiori sono poco appariscenti, gialli constriature rosse o arancioni, riuniti in infiorescenze (racemi). L'albero produce come frutti legumi marroni, che contengono polpa e semi duri. I legumi sono lunghi generalmente 10-15 cm, leggermente incurvati, e contengono fino a una dozzina di semi. La polpa dei frutti acerbi è molto aspra ed è quindi adatta a piatti di portata, mentre i frutti maturi sono più dolci e possono essere usati per dessert, bevande o spuntini. La polpa è usata come spezia nella cucina Africana utilizzato fresco o seccato o filtrato come bevanda fredda. Il legno ha un cuore duro, rosso scuro, intorno è più tenero e giallastro. I frutti del tamarindo sono commestibili. Polpa, foglie e corteccia hanno applicazioni mediche. Le foglie sono state tradizionalmente usate per tisane utili a contrastare le febbri malariche, per problemi gastrici o digestivi e contro il mal di denti. La polpa come anti scorbuto e per abbassare la glicemia del sangue


