lunedì 25 agosto 2008

Mali - MUSICA, UN PO' D'ARTE E NON SOLO....

Pemessa:
L’africa è la patria della tradizione orale, quell’insieme di saperi che presentano una modalità di trasmissione diretta, senza l’uso di supporti scritti. Questo genere di sapere si traduce in molte forme differenti di narrazione e performance ed è particolarmente diffuso tra le popolazioni che vivono nell'Africa sub-sahariana, tanto da riferirsi ad esse come a "civiltà della parola". Il veicolo di comunicazione è dunque interamente ed esclusivamente dato dalla voce. I saperi relativi alla
tradizione orale africana possono appartenere ad ambiti molto diversi: possono esserci tradizioni orali storiche, mitologiche, musicali, religiose, politiche, giuridiche, letterarie.
Come sostiene il famoso intellettuale maliano Amadou Hampâté Bâ (1900-1991): "le tradizioni orali sono gli archivi letterari, storici e scientifici dell'Africa".
Amadou Hampâté Bâ (Bandiagara, 1900 – Abidjan, 15 maggio 1991) è stato uno scrittore, filosofo e antropologo maliano - Figlio di Hampâté Bâ e di Kadidja Pâté Poullo Diallo, egli apparteneva ad una famiglia nobile fulbe. Dopo la morte di suo padre, sarà adottato dal secondo marito di sua madre e iniziato ai saperi e alle pratiche del suo popolo. Frequentò la scuola coranica di Tierno Bokar, un membro della confraternita tidjaniyya ed in seguito occupò diversi ruoli all'interno dell'amministrazione coloniale francese, prima a Bandiagara, poi a Djenné. In seguito a numerosi scontri con gli amministratori, si spostò frequentemente nella regione allora chiamata Alto Volta (oggi Burkina Faso). Tra il 1922 e il 1932, occupò diversi incarichi in svariate città burkinabé e nel 1933, ottenne un congedo di 6 mesi che trascorse dal suo maestro Tierno Bokar. Nel 1942, ottenne un incarico dall’Institut Français d’Afrique Noire (IFAN) di Dakar grazie al suo direttore, il professor Théodore Monod. In questo contesto, poté effettuare importanti ricerche sulle tradizioni orali. Nel 1951, ottenne una borsa di studio dall'Unesco che gli
permise di svolgere un soggiorno di studi a Parigi e di conoscere i maggiori africanisti dell'epoca, come Marcel Griaule. Nel 1960, in seguito all'indipendenza del Mali, fondò l'Istituto di Scienze umane a Bamako e rappresentò il suo paese alla conferenza generale dell'Unesco. Nel 1962 venne nominato membro esecutivo dell'Unesco e nel 1966 partecipò all'eleborazione di un sistema unificato per la trascrizione delle lingue africane. Nel 1970, Hampate Ba decise di lasciare i suoi
incarichi ufficiali e diplomatici per dedicarsi interamente ad un progetto di ricerca e d'archiviazione del patrimonio orale dell'Africa occidentale, consacrandosi perciò ad un lavoro di ricerca e di scrittura: gli ultimi anni della sua vita, trascorsi ad Abidjan, lo porteranno alla scrittura di due romanzi autobiografici, Amkoullel, il bambino fulbe e Signorsì, comandante, pubblicati postumi, nel 1991.
La MUSICA
I suoni Malinkè

La armonie tradizionali Maliane si sono sviluppate grazie all’uso di strumenti “classici” come il Balafon, la Korà ed il doundoun. In linea generale, narrano trame epiche e canti di lode.
Questi motivi vengono espressi prevalentemente dai “Djeli” (Griot) appartenenti al gruppo etnico Malinkè (Mandingue). L’arte dei djeli viene trasmessa di padre in figlio, ed i musicisti appartengono a poche famiglie ben conosciute: Kouyate, Diabate, Sissoko, Kone, Kamissoko, Sacko Koite, Tounkara, Konate, i Kanoute, i Kante.
I maninka non appartenenti a queste famiglie non possono definirsi djeli e non possono svolgere il loro ruolo sociale.
Esistono comunque artisti che non rientrano nel “rango nobiliare” della musica tradizionale, che producono ottima musica libera da vincoli tradizionali, ma non saranno mai coinvolti nel circuito dei concerti privati e di cerimonie insite nella società maliana, che assicurano ai djeli un lavoro costante e un conseguente introito economico sicuro. Un esempio di “djeli libero” lo troviamo in Salif Keita o Habib Koite. I malinke si distinguono in tre sottogruppi dialettali, ciascuno con la propria tradizione musicale.
La musica “classica” del Djeli che si identifica quindi con la tradizione dei Maninka abitanti nel Mali occidentale, si avvale di scale armoniche “eptatoniche” unite al grande repertorio epico proveniente da siti storici come Kita e Kela, sono interpretati da nomi illustri come Kandia Kouyate, Amy Koita, Kassemady Diabate. (brani di riferimento: Sundjata, Kulandjan, Mali Sadjo)
A differenza degli altri stili, la musica dei djeli malinke che aderisce in maniera ferrea alle regole ed ai vincoli della tradizione, tende a mantenere la sua specificità di musica nobile, di corte, alla quale è affidata la rilevante responsabilità di custodire la cultura del passato. A tal proposito, esisterebbe un certo snobbismo nei confronti degli altri musicisti e generi musicali.

I ritmi Bambarà
Il gruppo etnico più diffuso nel Mali, con centro geografico a Segou, i Bambara invece producono una musicalità che fluisce incessantemente dalle numerosissime radioline sparse in ogni luogo, dal taxi alla bottega alimentare. Questa melodia si differenzia da quella maninka innanzitutto perché si basa su una scala armonica pentatonica, ed i suoi ritmi sono influenzati dalla sonorità del nord, di matrice Songhai, con elementi arabi. Nel canto invece, la voce ricorre a forme “antifonali” (con più linee melodiche del tutto indipendenti l’una dall’altra, sia dal punto di vista
melodico che ritmico), basate su dialoghi tra solisti e cori. Lo strumento prevalente è lo n’goni, mentre è raro ascoltare il suono della korà.
Il suono Bambarà differisce inoltre da quella Djeli a causa delle sue radici. La musicalità derivante dalla casta di cacciatori, che nasce da antichi rituali propiziatori. Musicalità dunque di struttura molto semplice, con canti antifonali esclusivamente maschili accompagnati da percussioni.

La sonorità Fulani
L’etnia nomade dei Fulani (Peul), diffusa in tutta l’area sahelica, ha invece una sua tradizione musicale specifica, caratterizzata da strumenti musicali facilmente trasportabili, come il flauto o il violino tradizionale ad una corda, o utensili adibiti anche ad altri usi, come i recipienti di zucca, o calabasse. Accade spesso che musicisti peul, soprattutto flautisti, vengano inseriti in ensable nelle tradizionali espressioni musicali e culturali, appartenenti ad altre etnie.

Influenza araba
Nel campo musicale, altre tradizioni etniche da rammentare sono quella Dogon dell’area nord orientale, mentre spingendoci sempre più verso nord, si fanno decisamente sentire quelle delle etnie del deserto, i Songhai e i Tamashek, dove viene riscontrata una tradizione musicale con forte influenza araba.
Artisti come Ali Farka Toure o i Tinariwen, con il loro “desert blues”, hanno contribuito a trasmettere anche oltre confine le forme ritmiche tradizionali del deserto, trasportando le stesse sulle corde di una chitarra elettrica.
Armonie Wassoulou
Una particolare nota di attenzioneva data ad una tradizione musicale importante, che nasce nella regione di Wassoulou a cavallo tra Mali e Guinea. La musica del Wassoulou, non è legata a famiglie djeli, usa la scala pentatonica e il canto è affidato soprattutto alle donne, accompagnate da un coro femminile. La ritmica è potente ed è basata soprattutto sul djembe, sul karignan e sui flé, strumenti di zucche e conchiglie, mentre i testi delle canzoni sono spesso di critica costruttiva
alla società tradizionale.

Artisti di riferimento:
Ali Farka Toure, Baba Sissoku Oumou Sangare, Rokia Traore, Nahawa Doumbia, Lobi Traore, Neba Solo, Abdulaye Diabate, e Issa Bagayogo,

DA SAPERE:
MARTIN SCORSESE ha ricercato e trasportato in un film, il percorso di scoperta delle radici africane del blues. «Dal Mali al Mississippi », un viaggio che si conclude ai margini del deserto, il
Ténéré.
Dall’anno 2001, in pieno deserto, si tiene ogni metà gennaio un festival, nell’oasi di Essekrane a nord di Tombouctou. È una manifestazione che si svolge nella terra dei Kel Tamashek, «quelli che parlano tamashek», i Tuareg. Un nome che significa «abbandonati da dio» e che loro, giustamente, respingono.
Sulle sabbie a nord del fiume Niger è avvenuta una fusione tra la musica contemporanea e la poesia tradizionale Tamashek. I suoni Maliani, espressi da Selif Keita e Ali Farka Toure si amalgamano a versi poetici colmi di struggente nostalgia per la vita libera negli infiniti spazi desertici. Una denuncia su un futuro che avrebbe potuto esserci ed invece non c’è stato.
Risulta un incontro quasi leggendaro con il gruppo Tamashek più rappresentativo, i Tinariwen.
La storia dice che:
Il padre del fondatore del gruppo, Ibrahim, è fuggito in Algeria portandolo sulle spalle, prima di essere ucciso dai soldati maliani nel 1963, ai tempi della prima rivolta tamashek. Ibrahim iniziò costruendo da solo delle chitarre artigianali. L’incontro con le chitarre elettriche vere e proprie avvenne nei campi in Libia dove il colonnello Gheddafi addestrava i tamashek. La prima formazione dei Tinariwen è nata lì. Ibrahim faceva parte del Movimento popolare dell’Azawad, che combatteva contro il governo del Mali per l’emancipazione delle regioni settentrionali. Assieme a lui c’erano i primi membri del gruppo: Kheddou, Enteyedden e Mohammed. Le chitarre furono comprate dal capo dell’Mpa, Iyad Ag Ghali. La leggenda dice ancora che nella scaramuccia che fece scattare la seconda ribellione tamashek, a Menaka, un avamposto ell’esercito maliano vicino alla frontiera con il Niger, il 30 giugno 1990, Kheddou partìÏ all’attacco, kalashnikov in mano e chitarra elettrica sulla schiena.
Nel 1992, dopo l’accordo di pace, i Tinariwen hanno lasciato i kalashnikov, ma tenuto le chitarre diventate la cifra sonora dei loro due dischi «The Radio Tisdas sessions» e il recente Amassakoul», un’implosione di malinconia, misticismo e passione per le sorti del proprio popolo. Anche il deserto, che secondo un proverbio tamashek è stato creato da Dio perché gli uomini potessero trovare la propria anima, è assediato dalla modernità. Una modernità subìta, che sfilaccia i legami sociali, forse irrimediabilmente. Ma che offre anche, in angoli insperati, le risorse
per affidare la poesia di un popolo del deserto a una musica profonda e toccante, capace di viaggiare e farsi ascoltare e amare ovunque.............................................

Un ringraziamento particolare all'amico G.M.Rampelli di http://www.tpafrica.it/ per la gentile concessione di alcuni estratti di testo che sono stati utili per la creazione del post Mali- MUSICA, UN PO' D'ARTE E NON SOLO.... e la sua divulgazione

Mali - AFROCUCINA

Un piccolo tour culinario, qualche ricetta per poter degustare i sapori Maliani

Gnintinnadégué - Crema con gnocchetti di farina dimiglio fine
Ingredienti
Farina di miglio fine, acqua, sale, fèfè, zucchero, burro, caglio, latte in polvere, noce moscata e zucchero vanigliato.
Preparazione
Fare degli gnocchetti con la farina di miglio fine aiutandosi con un po' d'acqua. Mettere sul fuoco una casseruola con circa 2 litri d'acqua. Quando l'acqua inizia a bollire mettere sopra la casseruola
una couscoussiera contenente i gnocchetti formati e adagiati su di un fazzoletto ben pulito e lasciarli cuocere per circa un'ora. Successivamente assicuratevi che i gnocchetti siano pronti, dovrebbero diventare verdastri. A quel punto versate i gnocchetti in una ciotola e aggiungetevi un po' di burro mescolando bene, poi un pochino d'acqua per evitare che i gnocchetti si secchino.
Quando i gnocchetti si sono raffreddati, aggiungete lo zucchero, il sale, il fèfè (un goccio), del latte
in polvere ed infine il latte cagliato (almeno 3 litri), un po' d'acqua nel caso in cui il latte cagliato
non fosse sufficiente, dello zucchero vanigliato e un po' di noce moscata. La crema è pronta.
Note
Questa crema è utilizzata durante le grandi cerimonie di famiglia: matrimoni, battesimi, circoncisioni… e molto gradevole. Per la farina: utilizzate 2 kg di miglio decorticato, lavato e
trasformato successivamente in farina (macinato nel mulino o battuto. Il latte in polvere è
facoltativo così come anche i diversi odori.

Moni - Pappa alla farina di miglio
Ingredienti
Farina di miglio, limone o tamarindo, acqua, sale (facoltativo), latte cagliato (facoltativo) e zucchero.
Preparazione
Con la farina, fare dei gnocchetti aiutandovi con un po' d'acqua. Mettere sul fuoco una casseruola
con corca 2 litri d'acqua. Quando l'acqua inizia a bollire aggiungetevi i gnocchetti e fate cuocere per circa 20 minuti, successivamente aggiungete del limone (o del tamarindo) più un po' di farina
liquefatta (non bisognerà aggiungere acqua a questa farina) per rendere la pappa più compatta.
Aggiungere il sale (facoltativo) e lasciate cuocere per circa 15 minuti. Servire il piatto caldo. Si può aggiungere del latte cagliato.
Note
Questa pappa si serve anche come colazione. Si può anche somministrare ai malati.

Riso Jollof
Ingredienti
450 gr di carne, 225 gr di riso, 450 g di pomodori, 140 g di passata di pomodoro, 2 cipolle, 1 grosso peperone verde, 3 cucchiai di burro d'arachidi, Olio, 1 cuc.no di pepe di Cajenna o paprica, ½ cuc.no di timo, ½ cuc.no di spezie, 1 cuc.no di pepe nero, sale.
Preparazione
Fare soffriggere a fuoco lento in una grossa pentola la carne con olio e burro d'arachidi. Togliere la carne dalla pentola e nello stesso fondo di cottura fare ammorbidire le cipolle, il peperone ed i
pomodori tutti a pezzi non troppo sottili. Aggiungere la carne, la passata di pomodoro e le spezie.
Salare. Aggiungere acqua o brodo e portare ad ebollizione. Aggiungere il riso e portarlo a cottura
(aggiungendo, se necessario, dell'altra acqua). (tempo di preparazione 40 min.).
Note
Il riso Jollof è di origine Nigeriana ma diffuso in tutta l'Africa occidentale. E' un piatto unico,
abbastanza simile alla paella spagnola. Può essere realizzato indifferentemente con un solo tipo di
carne oppure utilizzando un insieme di tipi diversi (pollo, manzo, agnello). Per le spezie potete
usare una mistura di spezie già pronta (tipo curry) oppure prepararla da soli mescolando cumino,
curcuma e coriandolo.

Riz gras
Ingredienti
300 gr. riso (tipo Thai), 1 pomodoro, 1 cipolla, 2 gombo, 2 gobo (o melanzana), un litro e mezzo
brodo di carne o dado, peperoncino piccante.
Preparazione
Soffriggere la cipolla nell'olio, aggiungere il pomodoro con i gombo e i gobo tagliati a pezzetti; una
volta rosolati aggiungere il riso ed il peperoncino. Unire il brodo e portare a cottura (circa 20 minuti).
Note
Il Riz gras, presente in tutta l'Africa occidentale, è sostanzialmente un risotto arricchito da verdure. Vi troverete degli alimenti particolari come Il gombo è una tipica verdure africana che non assomiglia a nessuna verdura italiana; da qualche tempo è comunque possibile reperire il prodotto anche in alcuni negozi italiani (europei). Il gobo è una piccola melanzana coltivata in Africa che può essere, grossomodo, sostituita da una nostra melanzana.

Salsa d’arachidi
Ingredienti
400 gr arachidi sgusciate, olio d'arachidi, ½ limone, peperoncino, sale.
Preparazione
Mettere nel mixer le arachidi sgusciate con un cucchiaio di olio d'arachidi. Azionare fino a che le arachidi siano perfettamente macinate. Aggiungere il succo di mezzo limone ed il peperoncino macinato. Regolare il sale.
Note
Il Mali è uno dei maggiori produttori mondiali di arachidi; nella sua cucina non potevano quindi
mancare preparazioni che utilizzano questo seme sia come ingrediente che come derivato (olio e
burro d'arachidi). Questa salsa è utilizzata per condire il To.

Salsa nera – salsa al gombo fresco
Ingredienti
Gombo fresco, 1/4kg di carne senza ossa e tritata, un bel pezzo di pesce secco (meglio se pesce
cane), un po' di potassa, soumbala (bacche) , sale e peperoncino (facoltativo)
Preparazione
Tritare o tagliare finemente il gombo fresco, tritare anche la carne senza ossa (oppure pestarla).
Mettere sul fuoco una casseruola con almeno 1 litro d'acqua. Aggiungete il gombo tritato e un
cucchiaio di potassa e una presa di sale. Lasciate cuocere per circa 30 minuti, poi aggiungere la
carne tritata, il pesce secco battuto e un momento dopo i soumbala. Lasciate cuocere a fuoco lento per circa 30 minuti ancora. La salsa è cotta quando i grani del gombo diventano rossi. Servite con del toh e salsa rossa.

Seri - Pappa di riso
Ingredienti
1/2 kg di riso per 5 persone, acqua, zucchero, latte cagliato (o altro latte in polvere o concentrato
zuccherato o concentrato non zuccherato), sale (facoltativo).
Preparazione
Mettere sul fuoco una casseruola con circa 1 ½ litri d'acqua. Quando inizia a bollire, aggiungete il
riso ben lavato e un po' di sale (facoltativo). Lasciate cuocere circa 45 minuti. Il riso sarà cotto ma senza aver assorbito tutta l'acqua di cottura. Versare, alla fine, il riso in una tazza e aggiungere zucchero e latte.
Note
Questa pappa è molto spesso servita come colazione in molte famiglie e spesso come dolce dopo
cena.

Stufato di igname
Ingredienti
1 kg di carne, 2 igname (tubero), 1 grossa cipolla, ½ litro d'olio, 5 pomodori freschi, pomodoro
concentrato, aglio, pepe, sale e lauro.
Preparazione
Sbucciare gli ignami e tagliarli a cubetti e lasciarli da parte. Scaldare l'olio in una casseruola con un pizzico di sale, i pomodori freschi schiacciati e infine il pomodoro concentrato (un cucchiaio circa). Lasciate cuocere per circa 20 minuti, aggiungete un po' d'acqua, lasciate cuocere ancora un
momento. Successivamente aggiungete ancora un po' d'acqua (circa ½ litro). Lasciate cuocere.
Ripetete questa operazione fino a che la carne sia ben cotta e alla fine aggiungere circa 1 litro
d'acqua. Quando inizia a bollire, versate i cubetti d'igname lavati e coprite la casseruola lasciando
cucinare per circa 1 ora. Aggiungete, verso la fine della cottura, l'aglio, il pepe, il lauro… Lo stufato
è così pronto.
Note
Generalmente è un piatto che si serve a cena e in occasione di grandi cerimonie di famiglia:
matrimoni, battesimi…

To
Ingredienti
400 gr di farina di miglio, un litro e mezzo di acqua, sale.
Preparazione
Portare l'acqua a bollore, aggiungere il sale e quindi versare a pioggia la farina mescolandola per
evitare la formazione di grumi. Mescolare regolarmente durante la cottura (circa 30 min.).
Note
Il To è una polenta di miglio piuttosto consistente che viene consumata in tutto il Mali ed anche in altri paesi limitrofi. Viene solitamente servito con una salsa, tipicamente una salsa di arachidi o con altri vegetali. Nei paesi Dogon è accompagnato da una salsa di foglie di baobab.

Mali - PARCHI ed AREE PROTETTE

La fauna del territorio
La situazione climatico-ambientale, che contribuisce ad inaridire il Mali, amplia le aree sabbiose esistenti. L’alto incremento percentuale di inaridimento, vicino al 65% del territorio globale, porta lo stesso ad una morfologia assimilabile a quella del deserto.
La secchezza dei terreni, è dovuta soprattutto ad alcuni fattori quali, la siccità, il pascolo intensivo, l’erosione data dai costanti venti periodici (es: Harmattan ) ed all’uso continuo di legna da ardere.
Anche se sono presenti alcune vaste aree boschive, soprattutto al sud del paese, non si notano sul territorio ampie distese di foreste lussureggianti accompagnate da una fauna diversificata e ricca.
Vi sono comunque alcune aree protette, salvaguardate o degne d’attenzione.
La cura di queste nicchie naturali, parchi nazionali e riserve faunistiche, è data in gestione al Dipartimento dei Parchi Nazionali (Direction des parcs nationaux).
Il Servizio Forestale si occupa della gestione dei territori all'interno del patrimonio forestale, comprese le foreste demaniali. Sia il Servizio Forestale che il Dipartimento dei Parchi Nazionali fanno parte del Dipartimento delle Acque e delle Foreste (Direction générale des eaux et forêts), all'interno del Ministero delle Risorse Naturali e del Bestiame.
Di contro invece, la zona sahariana e i suoi habitat godono di limitatissime protezioni.
Senza considerare le foreste demaniali, il sistema di aree protette copriva nel 1992 il 3.7% del Paese.
Fin dalla dominazione coloniale francese, a tutela di talune aree, furono promulgati decreti e convenzioni che permisero la creazione di parchi e riserve. Il primo parco nazionale istituito fu il Boucle de Baoulé, le successive aree faunistiche che seguirono, furono istituite durante gli anni 50 nel sud del Paese. La convenzione di Ramsar, fu il primo vero trattato intergovernativo con scopo globale, nella sua accezione più moderna, riguardante la conservazione e la gestione degli ecosistemi naturali. Se la confrontiamo con le più moderne convenzioni (vedi ad esempio la Convenzione sulla Diversità Biologica) le indicazioni di Ramsar sono specifiche e spesso di limitato
impatto in quanto si riferiscono a siti specifici. La Convenzione di Ramsar nacque dall'esigenza di invertire il processo di trasformazione e distruzione delle Zone Umide che sono gli ambienti primari per la vita degli uccelli acquatici, che devono percorrere particolari rotte migratorie attraverso diversi Stati e Continenti per raggiungere ad ogni stagione i differenti siti di nidificazione, sosta e svernamento. Lo stesso nome del trattato riflette il fatto che l'enfasi originale, compresa l'accezione di uso saggio, doveva essere la conservazione degli uccelli acquatici, ma con il tempo, e con l'aumentare dei trattati internazionali per la conservazione della natura, la Convenzione ha cercato di allargare i suoi obiettivi su tutti gli aspetti riguardanti la
conservazione e l'uso sostenibile delle zone umide. Secondo molti, però, la Convenzione non è mai riuscita ad acquisire la forza e le capacità necessarie per coordinare il difficilissimo dibattito internazionale riguardante alcuni aspetti della gestione dell'acqua, per i quali altri movimenti internazionali si sono iniziati. La Convenzione di Ramsar, ad oggi sottoscritta da più di centocinquanta paesi e con oltre 900 Zone Umide individuate nel mondo, rappresenta ancora l'unico trattato internazionale moderno per la tutela delle Zone Umide, sostenendo i principi dello
sviluppo sostenibile.
Alcune aree protette, tra le più significative:
il Parco nazionale dell'ansa del Baulé è una vasta zona protetta di quasi 800.000 ettari, che si estende da Siby a Kita, fino ai dintorni della frontiera mauritana. Comprende diversi ecosistemi: foreste a galleria, palmeti, foreste di bambù, laghi. Nella zona esistono le specie più belle di antilopi africane, sono state reintrodotte delle giraffe, abbondano scimmie e facoceri. La stagione migliore per osservare questa fauna è tra febbraio e giugno. Gli amanti di archeologia troveranno anche qualche sito, di loro gusto, nella riserva.
La riserva faunistica di Bafing Makana, creata nel 1990 è forse uno degli ecosistemi tra più particolari nel Mali, in quanto vi presiede un progetto specifico di reintroduzione di specie autoctone estinte da tempo immemore da queste zone. Gli amanti della fauna selvaggia potranno incontrare: leoni, leopardi, lontre, ippopotami, coccodrilli e moltissimi scimpanzé.
La riserva faunistica parziale del Gourma, situata intorno a Douentza, è conosciuta per la sua popolazione di elefanti, il cui numero attuale ammont a più di 750. Il loro itinerario è ora ben conosciuto. Per andare a vederli, è consigliabile informarsi prima alla pro loco di Douentza, per sapere esattamente dove trovarli.
Rammentando che il MALI è tagliato longitudinalmente dal fiume NIGER, possiamo ben comprendere che la parte preponderante della fauna, che raccoglie innumerevoli specie di origine autoctona o migratoria, è data dall’AVIOFAUNA. Numerose sono le specie di anatidi e di aironi che stazionano sulle rive, rapaci, stigiformi, trampolieri e quant’altro che possano soddisfare interesse e curiosità di qualsiasi birdwatcher. Di seguito, si propone una checklist che elenca quasi tutte le specie di uccelli osservate in Mali ed è basata su aggiornamenti incrociati con le informazioni disponibili da BIRDLIFE International
Ceck AVIOFAUNA:
Pivanello maggiore, pivanello tridattilo, pivanello pancianera, pivanello comune, Combattente, Beccolargo, Labbo codanera, gabbiano testagrigia, gabbianello, sterna zampenere, sterna maggiore, mignattino, sterna comune, sterna dougall, beccapesci, piccione selvatico, parrocchetto dal collare, barbagianni comune, gufo di palude, avvoltoio capovaccaio, topino comune, rondine comune, astrilide, tessitore testanera, martin pescatore, aquila dal cappuccio, dendrocigna, alzavola, codone, mestolone, sgarza ciuffetto, airone comune, airone dorso verde, airone guardabuoi, airone cenerino, airone rosso, airone bianco maggiore, garzetta, mignattaio, spatola bianca, pellicano, falco pescatore, gheppio, falco pellegrino, gallinella, faraona, piviere, pittima
reale, pittima minore, voltapietre, piro-piro, chiurlo...............
Per quanto riguarda la fauna comprendente grossi mammiferi o grossi rettili,
occorre considerare che con un po di fortuna e magari un pizzico d’esperienza, potremo incontrare solamente alcune delle specie indigene, che sopravvivono relegate in determinate zone al di fuori delle aree di conservazione. Si potranno osservare gli Ippopotami di karioumé, i coccodrilli di Gao, gli elefanti del Gourma, qualche raro facocero nella brousse, il lamantino nelle acque di Youvarou (studiato anche dall’acquario di genova), qualche scimmia, soprattutto babbuini, nelle boscaglie ai bordi del fiume o nelle foreste al confine col Burkina, verso sud nei dintorni di Sikassò.
Sparsi o addomesticati infine, asini africani e dromedari (selvatici o domestici) contendono il territorio arido ai conigli selvatici ed alle ultime gazzelle. I rarissimi pitoni ormai sono da considerarsi un miraggio, però potrebbe capitare di fare un incontro, non troppo gaio, con un cobra sputatore o una vipera.
Nelle aree delimitate (parchi e riserve) invece potremo trovare le specie autoctone, oggi estinte e reintrodotte, quali: Leoni, Leopardi, antilopi, bufali e giraffe.
Un paragrafo particolare, anche per gli appassionati di pesca, va dedicato invece all’abbondante Fauna Ittica.
Il grande nastro dorato, coi suoi affluenti, è tuttora e lo è sempre stato, l’habitat di numerosi pesci, anche di notevoli dimensioni. Si pensi al Capitaine, un grosso persico carnivoro che può raggiungere il quintale di peso, gustoso piatto base di alcune pietanze ed ingrediente fondamentale per alcune salse, i grossi pesci-gatto, che sono alla base del commercio ittico della popolazione di pescatori Bozo, che raccolti in ceste, debitamente affumicati raggiungono tutti i mercati del terrirorio, i combattivi tiger-fish dai lunghi denti aguzzi, ottimi per zuppe anche se pieni di spine. Grossi siluri e tilapie contendono infine le acque ai minuscoli ti-nani, eccellenti pesciolini che vengono per lo più cucinati in frittura o affumicati al fuoco di paglia.

domenica 24 agosto 2008

Mali - VEGETAZIONE ARBOREA

Gli alberi...........dentro, intorno e fuori la “Brousse”

Nel Mali, la vegetazione che segue l’andamento morfologico del terreno, si diversifica a seconda della latitudine trasformando il paesaggio a vista d’occhio.
Il terreno, dunque, è rivestito da un vasto patrimonio arboreo, diversificato non solo per quantità ma anche per differente numero di specie presenti.
Si possono ammirare questi cambiamenti partendo dall’osservazione delle foreste che rivestono le regioni più meridionali, passando alla meravigliosa imponenza dei grandi “patriarchi” che, solitari punteggiano la Brousse fino ad incuriosirsi per gli esili gruppi d’arbusti che arrancano solitari nelle zone pre-sahariane.
Importante sapere cos’è la “Brousse”. Il termine, letteralmente, sta a significare “Savana” anche se viene generalmente utilizzato per indicare tutto ciò che è al di fuori di qualsiasi agglomerato urbano. Per meglio comprendere quanto sopra, immaginiamo di fare un viaggio tra le differenti latitudini del paese.
L’estremo sud, rastremato da rare piste in rossa laterite, è il regno dei grandi alberi che uniti in grandi distese caratterizzano le foreste. È la patria dei mogani, bombacacee, “piedi d’elefante”, sicomori e manghi.
Più si sale verso nord, meno aggregazione ad alto fusto possiamo osservare. Piantagioni e coltivazioni dividono il territorio con alberi di medio o piccolo fusto, quali banani, anacardi ed ancora manghi che competono con alberi di karité, neré e nim.
In questo quadro compaiono anche balazan e cassie, con una propria nicchia ecologica che permette loro di trovare la giusta collocazione.
Continuando in direzione nord, si entra nella brousse arbustiva, dove constateremo una maggior diradazione di campi coltivati. Qui, la morfologia del territorio permette la sopravvivenza di grossi ed isolati alberi, i quali vegetano contendendosi la falda freatica. Borassi, palme dum, baobab, acacie e tamarindi.
Salendo ancora di latitudine, entriamo nella brousse tigrata, che prende il nome dalla caratteristica vegetazione, poiché presenta tratti di terreno spoglio che si alternano con striscie di vegetazione. Gli arbusti quì imperversano con il dattero selvatico ed il cram-cram, una graminacea che produce bacche spinose.
Le aree desertiche sono punteggiate da forme scheletriche con chiome crespe e ruvide, che arrancano nel terreno ormai prossimo ad avere peculiarità non dissimili a quelle della rena. Alcune di esse difendono la loro esistenza con caratteristiche che le assoggettano alla categoria di piante velenose. A tal proposito basterebbe ricordare il lattice tossico delle calotropis. Le piccole acacie spinose invece annunciano il nostro arrivo alle porte del deserto vero e proprio.
A seguire, verranno illustrate alcune delle più significative specie vegetali che sono presenti in Mali.
ACACIA SEYAL in Bambara: sadee o zayee
Appartenente alla famiglia delle mimosacee, raggiunge un’altezza considerevole per la sua specie, oltre i 15 metri. La chioma presenta foglie minute di un verde intenso che affiancano grosse spine di circa 6-7 centimetri di lunghezza. I fiori, che si presentano come sfere di un bel colore giallo ed i baccelli arcuati, adornano le terminazioni della pianta. Il tronco invece ha una caratteristica tonalità verdastra o color bruno ruggine. La piccola quantità di gomma che viene ricavata da quest’albero viene usata solamente come afrodisiaco. La chioma costituisce un buon foraggio per gli animali. Le radici e la corteccia, in decotti, vengono somministrate contro dissenteria, sifilide, lebbra. La concentrazione del liquido ottenuto dalla decantazione delle radici e della corteccia, unito al burro liquido, viene invece utilizzato per curare cefalee.
ACACIA ALBIDA - BALANZAN
Specie nativa dell'Africa e del Medio Oriente, solo in seguito diffusasi in Asia fino a India e Pakistan. E’ un albero spinoso che Può raggiungere i 30 m di altezza e i 2 m di diametro del tronco. Ha radici che possono penetrare nel suolo fino a grandi profondità, grazie alle quali riesce a sopravvivere a periodi di siccità; vive in aree con precipitazioni comprese fra i 250 e i 600 mm. Nel Sahel. svolgendo un ruolo determinante per l'apicoltura, perché i suoi fiori sbocciano all'inizio della stagione delle piogge, quando la maggior parte delle altre piante locali non sono fiorite. In molti luoghi i frutti sono usati come foraggio per il bestiame, e in Nigeria sono il principale nutrimento dei dromedari. Il legno è un buon combustibile, e viene usato anche per costruire canoe e pestelli. La corteccia o suoi estratti hanno anche applicazioni mediche, in particolare nella cura delle infezioni del tratto respiratorio, della malaria, della febbre e del mal di denti. Un estratto della corteccia serve anche per trattare le infezioni oftalmiche degli animali da allevamento. è la pianta ufficiale della città di Segou, nel Mali. Il nome balanzan deriva dalla lingua autoctona di etnia bambara. Secondo una leggenda locale, a Segou ci sono 4.445 alberi di balanzan, uno dei quali è il misterioso "albero mancante", che nessuno sa dove si trovi.
ADANSONIA DIGITATA – BAOBAB
Pianta della famiglia delle Bombacacee, diffusa in gran parte dell'Africa, il baobab africano è leggendario per l'eccezionale longevità e le dimensioni impressionanti che il tronco, può raggiungere dimensioni ragguardevoli, addirittura più di 10m di diametro. L’origine del nome ha diverse paternità. La derivazione senegalese di "baobab", significherebbe "albero dai mille anni” o dall’arabo che starebbe a significare "frutto dai molti grani". Il nome scientifico deriva invece da Michel Adanson, naturalista ed esploratore. Sono alberi caducifogli con grandi tronchi, che raggiungono altezze tra i 5 e i 25 m (eccezionalmente 30 m). Sono famosi per la loro capacità d'immagazzinamento d'acqua all'interno del tronco, che riesce a contenere fino 120.000 litri d'acqua per resistere alle dure condizioni di siccità di alcune regioni. La chioma si riempie, per pochi mesi all'anno, di foglie composte palmate. Temporalmente molto limitata, la fioritura esibisce grandi fiori molto odorosi, che si schiudono la notte. Questi fiori, producono frutti ovoidali con un pericarpo commestibile e un grosso seme reniforme. L’impollinazione è legata all’azione di diverse specie animali e prevalentemente mediata da alcune specie di pipistrelli. Le foglie sono usate come vegetale commestibile in tutte le aree di distribuzione del continente africano e sono mangiate sia fresche che sotto forma di polvere secca. La polpa secca del frutto, dopo la separazione tra i semi e le fibre, viene direttamente mangiata o mescolata nel riso o nel latte. I semi sono usati principalmente come addensante per le zuppe, ma possono anche essere fermentati in condimenti, arrostiti per un consumo diretto, o tritati per estrarre olio vegetale.
ADENIUM OBESUM - PIEDE D’ELEFANTE
Con un arbusto non molto alto, al massimo 4 metri, la sua forma panciuta lo fa assomigliare ad un piccolo baobab. Raggiunge però un metro circa di diametro alla base. Mentre la chioma e rigogliosa di foglie durante la stagione delle piogge, la fioritura avviene nella stagione secca. Questa pianta è anche conosciuta come “rosa del deserto” per la forma ed il colore intenso dei
petali dei suoi fiori, che donano una tonalità rosata alla brousse.
I frutti sono baccelli allungati che contengono migliaia di microscopici semi. La scorza presenta una superficie liscia e gonfia. Dalle ferite della pianta sgorga un liquido biancastro e trasparente, nocivo per gli occhi. avendo un contenuto tossico cardiaco, in alcune “regioni” viene utilizzato per avvelenare frecce o preparare esche per iene e sciacalli. Le radici, ridotte in poltiglia, servono come veleno per catturare i pesci. Trattato, in medicina, rileva la sua utilità nella cura di ulcere, dermatosi e carie dentali
ANACARDIUM OCCIDENTALE - ANACARDIO In Bambara: somo
L'Anacardio e' un albero da frutta tropicale, originario dell’Amazzonia, in Brasile.
Venne introdotto in Africa dai Portoghesi nel XVI secolo, ed oggi, con l’India, l'Africa risulterebbe una delle maggiori produttrici ed esportatrici di mandorle commestibili.
Appartiene alla Famiglia delle Anacardiacee, e ha una caratteristica forma di fruttificazione.
Infatti l'anacardio fornisce ad un tempo due tipi di frutti intimamente uniti: uno fresco, la "mela d'anacardio" e uno secco, la "mandorla o nocciola d'anacardio".
La mela d'anacardio e', botanicamente, un falso frutto in quanto è il risultato di una ipertrofia del peduncolo floreale che arriva a raggiungere le dimensioni di una mela più o meno piriforme.
Si presenta con superficie liscia, sottile e fragile, di colore dal giallo al rosso vivo, e con una massa polposa ma fibrosa dal gusto dolce e lievemente asprigno e rinfrescante. La "mandorla o nocciola d'anacardio" (il vero frutto) e' una noce reniforme provvista di un duro pericarpo, contenente un seme oleoso e commestibile.
Nei paesi produttori, invece del seme se ne mangia il frutto (falso frutto). Durante il periodo
stagionale della produzione, che in Africa corrisponde al periodo primaverile, dal frutto, si estrae un succo che viene bevuto dopo essere stato leggermente fermentato. La pianta dell'anacardio riveste un notevolissimo interesse economico per i molteplici usi, oltre a quello alimentare, che si fanno di ogni sua parte: dal guscio si estrae un inchiostro indelebile, il succo ha un potere antitermiti molto apprezzato, dal frutto si ricavano alcool e aceto e, previa pressione, un olio pregiato. Il succo, di colore nerastro, è resinoso ed estremamente caustico, e viene usato in medicina. Il seme contiene un olio irritante che deve essere eliminato con il calore prima che il seme possa essere estratto con molta cura per evitare di contaminarlo. Trasformare gli anacardi in noce commestibile é una procedura complicata e richiede molta mano d’opera. Solo il 10% della produzione grezza passa indenne attraverso le varie fasi della trasformazione e confezionamento. Questo spiega il prezzo elevatissimo degli anacardi sul mercato europeo. L'anacardio in guscio viene tostato in modo da prepararlo alla rottura del guscio stesso, fatta per lo più a mano. Il frutto viene nuovamente scottato per facilitare la rimozione della leggera pellicola scura che lo ricopre. L'anacardio è un frutto che tende a irrancidire molto facilmente per cui, per ben conservarlo, occorre limitare il contatto con l'aria.
AZADIRACHTA INDICA – NIM
Albero della famiglia delle Meliaceae, originario dell’india, venne introdotto nell'Africa occidentale ai primi del XX secolo per fornire ombra e impedire al deserto del Sahara di estendersi a sud. Presenta numerose proprietà medicamentose tanto che in alcuni luoghi viene chiamato "la farmacia del villaggio". Per secoli si è ricorso a questa pianta per curare dolore, febbre e infezioni. Esiste una credenza che attribuisce a questa pianta un “potere” depurativo per il sangue, per cui, in alcuni casi qualche foglia viene talvolta consumata. Inoltre si puliscono i denti con i suoi rametti, si curano i disturbi della pelle con il succo ricavato dalle foglie e se ne beve l'infuso come tonico.
Il nim, presente nelle regioni tropicali, appartiene alla famiglia del mogano. Raggiunge 30 metri di altezza e circa 2,5 metri di circonferenza. Dato che di rado perde le foglie, la sua chioma fornisce ombra tutto l'anno. Cresce in fretta, richiede poche cure e sopravvive bene nei terreni poveri. Oltre a provvedere ombra tutto l'anno nei paesi in cui fa molto caldo, questo albero può fornire legna da ardere. Per di più, il suo legno inattaccabile dalle termiti è utilizzato nell'edilizia e in falegnameria. Quindi, anche solo a giudicare dalla sua utilità come albero, il nim ha parecchi pregi. Si dice che le sue foglie allontanino gli insetti molesti; Nel 1959 un entomologo tedesco e i suoi allievi, dopo avere assistito nel Sudan a un'impressionante piaga di locuste durante la quale miliardi di esse divorarono le foglie di tutti gli alberi tranne quelle del nim, si misero a studiare questa pianta con grande impegno. Gli scienziati hanno appreso da allora che il complicato arsenale chimico del nim è efficace contro oltre 200 specie di insetti come pure contro vari acari, nematodi, funghi, batteri e perfino diversi virus. I ricercatori hanno fatto un esperimento, mettendo in un contenitore foglie di soia insieme a coleotteri giapponesi (Popillia japonica). Metà di ciascuna foglia era stata irrorata con estratto di nim. I coleotteri hanno divorato la metà non
irrorata di ogni foglia ma non hanno toccato le parti trattate. Sono morti di fame piuttosto che
mangiare anche piccole parti delle foglie trattate. E’ un pesticida poco costoso, non tossico e di
facile preparazione in alternativa a quelli sintetici. Con 80 grammi di semi per ogni litro d'acqua,
tenuti a bagno per 12 ore, successivamente pestati e scolati si ottiene un composto liquido utile ad irrorate le colture. I prodotti ricavati da questa pianta non uccidono direttamente la maggioranza degli insetti. Questi spray alterano i processi vitali dell'insetto, che alla fine non riesce più a nutrirsi, riprodursi o fare la metamorfosi. Ma anche se i prodotti ricavati dal nim sono efficaci contro gli insetti, non sembra che siano nocivi per gli uccelli, gli animali a sangue caldo e gli esseri umani. Il nim può essere utile alle persone anche in altri modi. I semi e le foglie contengono dei composti che hanno rivelato proprietà antisettiche, antivirali e fungicide. Secondo alcuni, potrebbe essere efficace contro le infiammazioni, l'ipertensione e le ulcere. Si dice che medicinali ricavati da estratti del nim combattano il diabete e la malaria. Una sostanza ricavata da questa pianta, detta salannina, è un forte repellente per certi insetti che pungono. È in commercio un insettifugo contro mosche e zanzare ricavato dall'olio di nim. Utile per l'igiene della bocca, un rametto di nim, con l’estremità masticata, per ammorbidirla, funge da presidio medico orale strofinato su denti e gengive. Le ricerche indicano che ciò è utile perché le sostanze contenute nella corteccia hanno un forte potere antisettico.
BALANITES AEGYPTIACA - DATTERO SELVATICO In Bambara: seguene o zegene - In tamachek: taborak
Con caratteristiche simili a quelle dell’acacia spinosa, ha una taglia medio piccola che porta le sue dimensioni massime a circa 6 metri d’altezza. Ha foglie piccole di forma lanceolata ed enormi spine di color verde intenso che raggiungono anche una decina di centimetri. Non ha esigenze
particolari e vegeta tranquillamente in terreni sabbiosi. Con fiori piccoli ed insignificanti, questa pianta fruttifica a grappoli una sorta di dattero dalle dimensioni di un’oliva. Sotto la scorza secca, una polpa collosa dal gusto dolce amaro (ricorda il rabarbaro) avvolge il seme. Questo frutto, oltre ad essere energetico, visto che contiene il 40% di zuccheri, è anche leggermente lassativo. I noccioli commestibili vengono per lo più pestati nei mortai e trasformati in sapone. Coi frutti si ricava una prodotto utile nella lotta contro le mosche (vettori del verme di Guinea) mentre le radici regalano un detergente ed un lenitivo contro le coliche. Dalla scorza infine, si ottengono rimedi contro mal di denti, vermi intestinali, epilessia, malattie mentali, febbre gialla, sterilità e sifilide.
BORASSUS AETHIOPUM – BORASSO In Bambara: sebe - In Peulh: akot o dubé
È una pianta appartenente alla famiglia delle Palme che cresce in tutta l’Africa tropicale.
È molto alta e può raggiungere 25/30 metri. il tronco può arrivare ad un diametro di 60 centimetri e la Corteccia ha un colore grigio verde. Le foglie, molto tipiche, sono lunghe e flabelliformi. Negli esemplari di sesso maschile, le stesse, caratterizzate da infiorescenze ramificate, possono raggiungere la lunghezza di quasi 4 metri. le piante femmina le hanno corte e non ramificate. I frutti si presentano in grandi grappoli di noci sferiche arancio/brune. Un intero grappolo può pesare da 25 a 30 chili. La polpa dei frutti è biancastra, molto oleosa e succosa. Contiene grandi semi brunastri. Tutte le parti di questo albero sono utilizzate. I giovani germogli della pianta sono un ottimo legume. Dalla linfa si estrae zucchero che viene trasformato in una bevanda alcolica molto apprezzata. La polpa oleosa del frutto ed i semi ricchi di amido, sono alimenti molto utilizzati nella cucina. I frutti contengono un liquido dolce che viene bevuto come latte. I noccioli e la scorza dei semi servono per fabbricare oggetti di artigianato. Con le foglie, si intrecciano stuoie, cesti e molti tipi di corda. Con le parti fibrose della pianta si confezionano reti e si fabbricano mobili, recinzioni e scope. Il legname che si ricava dalla pianta, è utilizzato nella costruzione di abitazioni o palizzate. Viene venduto a prezzo elevato, soprattutto quando è trasformato in travi per la copertura dei tetti. Molte sono le utilizzazioni medicinali: il decotto di radici è una bevanda rinfrescante per i neonati. La polvere dei fiori delle piante maschio, mescolata a burro di karitè, guarisce le irritazioni della pelle. Alcune altre parti della pianta vengono usate contro il mal di gola e la bronchite.
BUTYROSPERMUM PARKII - KARITE’ In Bambara: si
Molto diffuso nella savana di tutto il Sahel Occidentale e nell’Africa centrale, il suo Habitat comprende una vasta zona che si estende tra il Sudan a Est e il Senegal e l'area del Gambia a Ovest. È un albero che raggiunge l’altezza di una ventina di metri al massimo e raramente raggiunge i 25 metri. Ha una forma un po’ grossolana ed una chioma emisferica molto ramificata, con rami tozzi e muniti anch’essi di una spessa corteccia, portano in grossi ciuffi le foglie, che hanno un picciolo lungo 5-15 cm e sono di forma allungata. La sua corteccia lo protegge efficacemente dai fuochi della savana., poichè ha una consistenza spessa, sugherosa. Il tronco presenta con molte fenditure che creano delle placche rettangolari. Le foglie, raggruppate a ciuffi, hanno un picciolo lungo 5-15 cm e sono di forma allungata. Nella giovinezza sono pubescenti e di color rosso ruggine; in seguito diventano glabre, coriacee e lucide, di color verde scuro, lunghe 12-25 cm e larghe 4-7 cm, con i margini ondulati. I fiori sono verde-giallastri, molto profumati e sono portati a ciuffi di 30-40 alle estremità di rami che sono per lo più già privi di foglie. Il periodo della fioritura va da dicembre a marzo. I frutti sono bacche ellittiche di color verdegiallo,
di 5-8 cm di lunghezza e 3-4 cm di larghezza, circondate da un pericarpo spesso 4-8 mm, molto carnose, zuccherate e viscose. In genere contengono un solo seme (a volte due), ovale, arrotondato, rosso scuro, lungo 2,5-4 cm, munito di un guscio lucente, fragile, spesso 1 mm.
L'estrazione del Burro di Karité avviene ancora, nel luogo di origine, con un processo artigianale.
Dopo la selezione dei semi e la loro frantumazione si ottiene un prodotto di colore variabile dal
verde chiaro al giallino, di odore gradevole e di sapore quasi dolce, che può essere impiegato puro, oppure si può usare come base di molti prodotti cosmetici. Il Burro di Karité ha un’utilizzazione importante nell’industria cosmetica, viene usato a scopo alimentare e può essere impiegato in usi medicinali, da solo o in combinazione con altre piante. Viene utilizzano ad esempio come balsamo per massaggi contro i reumatismi, gli indolenzimenti, le bruciature, gli eritemi solari, le ulcerazioni e le irritazioni della pelle. Le donne lo impiegano come protettivo contro l'azione del sole. La buccia e la polpa del frutto sono mangiate tal quali o cucinate secondo antiche ricette; il grasso contenuto nel seme, cioè il Burro di Karité, viene usato come condimento, simile al nostro burro, ma anche come prodotto cosmetico per la pelle e per i capelli. I residui delle lavorazioni si utilizzano come mangime per il bestiame; il grasso serve anche per fare candele, per ricavarne detergenti simili al nostro sapone o per ottenere olio combustibile. Il lattice delle foglie, della scorza e del midollo del tronco serve come colla e come base resinosa per il chewing-gum. Il legno, che è molto duro e pesante, viene utilizzato per costruzioni, per oggetti di cucina e artigianali.
LEGUMINOSAE-CAESALPINIOIDEAE - CASSIA In Bambara: sinia
Questa pianta, come per l’Acacia Seyal, presenta, nel periodo delle infiorescenze, delle bellissime macchie gialle sulla chioma. I suoi fiori però, scendendo a grappoli che raggiungono oltre i 40 centimetri di lunghezza. La fioritura avviene a rami completamente spogli dalle foglie. I frutti invece sono cilindrici ed allungati. La cima della pianta raggiunge i 10 metri d’altezza col suo fusto di un bel legno rosso chiaro, la cui durezza lo rende utile per la costruzione di utensili, di contro è ritenuto poco indicato per i fuochi, in quanto sprigiona molto fumo. Le proprietà terapeutiche della corteccia, ricca di tannino, fan si che questo vegetale sia utilizzato per curare dolori addominali ed itterizia, come lassativo e vermifugo. Il composto dato da una soluzione di miele ed una sospensione di radici macerate, è ritenuto utile contro la bilharziosi
DIOSPYROS MESPILIFORMIS - EBANO In Bambara: sunzun - In Peulh: ganadje
Classificato nel genere Diospyros della famiglia delle ebenacee, è un sempreverde d’altezza che varia dai 13 ai 16 metri. Si tratta di un albero particolarmente alto, caratterizzato da foglie semplici ovate, disposte in modo alterno lungo i rami. La fioritura, che avviene nei mesi di aprile e maggio, presenta piccole “pannocchie” di fiori maschili con dimensioni che non superano un paio di centimetri. I frutti, che maturano tra ottobre e febbraio, assomigliano a prugne di color ocra di tre centimetri di diametro, sono commestibili e presentano al palato un sapore zuccherato e leggermente acidulo. Il legno di ebano è proverbialmente duro e scuro, caratterizzato da una grana finissima, che lo rende molto pesante. Il suo colore, nero nelle varietà più pregiate, si deve alla deposizione di tannini. La cosa curiosa è che, appena abbattuto, il tronco è chiaro con sfumature giallastre e diventa nero solo dopo una lunga esposizione all’aria.
Assai noto e ritenuto molto pregiato fin da tempi antichissimi, è stato da sempre impiegato per
sculture e lavori di intaglio. Alcune parti dell’albero sono ritenute interessanti nella cura di nevralgie, mal di denti e diarree. Il decotto delle sue foglie invece produce un infuso utilizzato
contro gli stati febbrili. Parti di radici e corteccia vengono impiegate contro la lebbra, malaria e
sifilide.
DELONIX REGIA - FLAMBOYANT
È un albero maestoso che può superare i quindici metri di altezza, con rami allargati portanti foglie bipennate ed una abbondante e spettacolare fioritura, con fiori che raggiungono il diametro di 15 centimetri ed hanno una colorazione di un’intensa tonalità rossoarancio.
Il frutto è un baccello bruno, lungo fino a 50 centimetri, contenente alcuni semi oblunghi, scuri e striati sui bordi, che lontanamente ricordano i semi dei girasoli, con germinabilità medio bassa. Si riproduce anche per talea. Nelle zone temperate questa pianta è coltivata per ornamento dei giardini o nelle alberate stradali.
'Flamboyant' è una parola francese che significa "fiammeggiante", per l'aspetto alla fioritura. 'Albero di fuoco', analogamente è in relazione alla pianta in fiore. Delonix è un termine derivato dal greco e letteralmente si traduce con "unghia all'ingiù" con riferimento all'aspetto dei petali; regia sottolinea il portamento imponente della specie.
FICUS GNAPHALOCARPA - SICOMORO
Si tratta di un albero d’alto fusto sempreverde, molto comune in Medio Oriente e in alcune regioni dell’Africa tropicale e del Sudafrica. Generalmente predilige le zone paludose, le rive dei fiumi e le regioni di pianura soggette ad allagamenti temporanei; è comunque ben adattato anche alla savana. Alto generalmente 10-25 m, sebbene siano noti esemplari di oltre 45 m, il sicomoro ha una chioma ampia e tondeggiante e il fusto rivestito da una corteccia tipicamente “butterata”, di colore giallastro. Le ampie foglie hanno forma ovale, colore verde scuro e consistenza coriacea. I minuscoli fiori sono di colore verde. I frutti, inizialmente gialli e rossi a maturità raggiunta, sono siconi commestibili e si sviluppano sui rami in densi grappoli; possono raggiungere i 5 cm di diametro. il sicomoro (il cui nome deriva dal greco e significa “gelso che produce fichi”) costituisce una notevole risorsa per la fauna e per le popolazioni locali. I frutti, così come le foglie, possiedono un notevole valore nutritivo e possono anche essere essiccati e conservati. Ricercati da uccelli e mammiferi, vengono raccolti dall’uomo per la propria alimentazione e come cibo per il bestiame. Le foglie sono usate per il trattamento dell’ittero e del veleno di serpente; il latice che si ricava incidendo la corteccia è un rimedio contro la dissenteria e la tigna, la tosse e le infezioni della gola. L’albero ha un ruolo importante per il miglioramento della qualità del suolo e per il suo consolidamento; impiegato già nell’antico Egitto come pianta da ombra e da legno (ad esempio, per la realizzazione di sarcofagi), è un ottimo sito di nidificazione per gli uccelli e un rifugio per altre specie animali. Il suo legno, di colore chiaro, si lavora con facilità. L’albero, infine, ha una funzione cerimoniale nei rituali di diverse tribù africane.
HYPHAENE THEBAICA - PALMA DUM In Bambara: kolo kotole - In Peulh: djelehi
L’unica palma che ramifica formando delle ipsilon. Le foglie a forma di ventaglio con un rostro terminale seghettato, lunghe 80 centimetri, svettano da una ventina di metri d’altezza. Stuoie, corde, scope, cesti e perfino tessuti grossolani sono i prodotti che si fabbricano con l’utilizzo delle parti della pianta. I frutti, pallottole scure di 5 centimetri, maturano tra gli 8 ed i 12 mesi. Freschi sono apprezzati, seccati danno una tintura nera utilizzata nel trattamento del cuoio. Il legno produce un eccellente carbone per la forgia.
KHAYA SENEGALENSIS - MOGANO DEL SENEGAL In Bamabara: dyala - In Peulh: kail Si dice che furono i primi schiavi africani a far notare ai conquistatori spagnoli le stupende qualità del m'oganwo (“Re del Legname”), i quali lo importarono in Europa. Gli spagnoli lo denominarono col termine indigeno caoba, che voleva dire “frutto che non si mangia”, facendo riferimento alla grande capsula legnosa che contiene i semi alati. Gli inglesi, seguendo la pronuncia africana lo chiamarono mahogany, nome con il quale è conosciuto commercialmente ed in varie lingue. È dunque una specie tropicale appartenente alla famiglia delle meliacee. Diffuso generalmente in aree con caratteristiche umide, per cui si trova spesso ai bordi dei fiumi o quantomeno nella loro vicinanza. L’albero è caratterizzato da foglie ovali ed oblunghe e da fiori minuscoli. I frutti,
piccoli globi legnosi, si dividono in quattro valve. Il legno, dal colore bruno rossastro, con elevata resistenza all’attacco di funghi ed insetti, ha una buona lavorabilità, per questi motivi viene frequentemente utilizzato nella realizzazione di mobili. Il tronco, che raggiunge un diametro considerevole, lungo e diritto, sovente è scelto per la costruzione di piroghe. A livello medicamentale, un estratto di radici viene impiegato contro l’itterizia, piaghe, punture d’insetti, vermi solitari e gengive infiammate, inoltre è un buon lassativo.
Semi e foglie curano febbri e nevralgie le radici, infine, sono utilizzate contro lebbra, sifilide, sterilità e nel trattamento di malattie mentali.
MANGIFERA INDICA - MANGO
Albero sempreverde, originario dell’Asia meridionale, ormai naturalizzato in gran parte delle zone calde del mondo. Ha sviluppo abbastanza rapido, e nell’arco di pochi anni può raggiungere i 20-25 m di altezza, con fusto corto e chioma allargata e tondeggiante; i giovani germogli sono di colore aranciato o rosato, le foglie sono di colore verde scuro, lucide e leggermente cuoiose, di forma lanceolata o ovale, lunghe fino a 20-25 cm. Alla fine dell’inverno o all’inizio della primavera producono grandi pannocchie terminali, costituite da innumerevoli piccoli fiori bianco-arancio, o rosati; ai fiori seguono piccoli frutti ovali, che si sviluppano nell’arco di alcuni mesi, facendo arcuare verso il basso i fusti che li portano, riuniti in grappoli. I frutti del Mango sono di colore vario, dal verde giallastro, al verde rosso, fino al giallo, arancio, rosso; anche la taglia dipende dalla specie, va dai 300-400 g fino a raggiungerei 2 kg per singolo frutto. La polpa è di colore giallo, abbastanza fibrosa e compatta, molto succosa e dolce nei frutti maturi, è aspra nei frutti ancora verdi, si consuma dopo aver privato i frutti della buccia spessa; in genere i Mango si consumano quando la polpa diviene abbastanza cedevole, pur avendo un gusto più gradevole se consumati appena colti. Nella medicina, le foglie assumono una valenza diuretica e febbrifuga. Per la loro concentrazione tanninica, sono utili contro stomatiti, asma, bronchiti e mal di gola.
PARKIA BIGLOBOSA - NERE’
Pianta che può raggiungere anche i 20 metri d’altezza. Presenta una larga chioma ad ombrello composta da foglioline minuscole (grandi poco più di 1 centimetro), è una mimosacea dai colori spettacolari. Da gennaio a marzo, fanno comparsa sui rami grosse sfere spugnose che pendono a grappoli di un intenso color rosso vermiglio o rosso fuoco. Sembrano bizzarri alberi di natale. La pianta fruttifica dall’ottavo anno di età baccelli grossi un centimetro o due al massimo e lunghi una cinquantina, che contengono numerosi semi neri racchiusi in una polpa dolce (fino 60% di zucchero). Coi frutti si ottengono bevande rinfrescanti o farine vegetali. Le foglie ridotte in poltiglia leniscono scottature, infiammazioni cutanee ed emorroidi. La scorza aiuta in casi di vomito e spasmi addominali, bronchiti, malattie veneree e verme della Guinea. I semi, ricchi di proteine e grassi, vengono bolliti e pestati in mortai fino ad ottenere una pasta scura. Trasformato in piccole palline dal forte odore assimilabile a quello del roquefort o gongorzola, questo prodotto viene venduto nei mercati ed acquistato come condimento per insaporire le salse nella cucina tradizionale delle differenti etnie maliane.
TAMARINDUS INDICA – TAMARINDO In Bambara: domi
Si tratta di un albero massiccio, a crescita lenta, che in condizioni favorevoli può arrivare anche a 30 m di altezza e più di 7 m di circonferenza. Le foglie pennato-composte, lunghe fino a 15 cm, sono costituite di numerose foglioline. Come accade in altre specie di Leguminose, le foglie si richiudono durante la notte. Le foglie sono caduche durante la stagione asciutta solo nei luoghi che hanno una stagione secca particolarmente prolungata. I fiori sono poco appariscenti, gialli con
striature rosse o arancioni, riuniti in infiorescenze (racemi). L'albero produce come frutti legumi marroni, che contengono polpa e semi duri. I legumi sono lunghi generalmente 10-15 cm, leggermente incurvati, e contengono fino a una dozzina di semi. La polpa dei frutti acerbi è molto aspra ed è quindi adatta a piatti di portata, mentre i frutti maturi sono più dolci e possono essere usati per dessert, bevande o spuntini. La polpa è usata come spezia nella cucina Africana utilizzato fresco o seccato o filtrato come bevanda fredda. Il legno ha un cuore duro, rosso scuro, intorno è più tenero e giallastro. I frutti del tamarindo sono commestibili. Polpa, foglie e corteccia hanno applicazioni mediche. Le foglie sono state tradizionalmente usate per tisane utili a contrastare le febbri malariche, per problemi gastrici o digestivi e contro il mal di denti. La polpa come anti scorbuto e per abbassare la glicemia del sangue

giovedì 21 agosto 2008

Mali - TRADIZIONE NEL SUONO

La multietnicità del Mali si riflette anche nel patrimonio musicale, dato da un differente uso di strumenti, dalle diverse tonalità sonore e dalle composizioni che rispecchiano le singole tradizioni. La musica ritma le differenti stagioni dell’essere umano, accompagnandolo nelle molteplici situazioni che incontra dalla nascita alla morte. Il Matrimonio, il raccolto, le cerimonie, l’allevamento, la caccia, la pesca, le transumanze, tutto è raccontato ed accompagnato da melodie che si incuneano nella vita dell’uomo africano. Anche se l’approccio è differente a seconda dell’appartenenza etnica, la musica ne permea l’esistenza. Canti ritmati da un semplice tamburellare di dita sulle calebasses ed accompagnati da strumenti monocorde o rudimentali flauti fino ad elaborate composizioni create con l’ausilio di strumentazione varia ed evoluta.
Troviamo così le melodie solitarie dei Peulh, popolo nomade, che servono ad allontanare la solitudine. La coralità Bambarà. I Bobo, che seguono i ritmi frenetici delle coreografie con l’uso di strumenti a percussione, Tamburi e “Balafon”. Fischietti e campanacci che fanno da sfondo alle cerimonie funebri impersonate dalle maschere Dogon. Il ritmo ipnotico del “imzad”, il violino monocorda tra i Songhai ed i Bellàh che iniziano riti nella brousse o nella tradizione “tamasheq dei Touareg,”, quando accolgono i geni dell’acqua. La cosa diviene artisticamente più sofisticata con
l’ingresso dei “griot”, i cantastorie, che accompagnano il loro canto al suono della “korà”. I suonatori creano sonorità energiche, ricche di vibrazioni avvolgenti o intimiste, a seconda che si tratti di cerimonie festose o riti sacri.
Individuare l’esatta origine dell’uso di alcuni strumenti non è così semplice. La colonizzazione e la successiva nascita degli stati-nazione africani, hanno alterato gli originari confini territoriali, rendendo difficile stabilire la loro precisa localizzazione, inoltre, molti racconti orali lasciano supporre che, in tempi remoti, solo ad una minoranza di “iniziati” fosse permesso di apprendere l’arte del suono. Se a questo detto, sommiamo il fatto che alcuni strumenti, cambiano denominazione a seconda del villaggi in cui vengono usati, la loro origine si complica. Accontentiamoci dunque di sapere che alcuni di questi esistono e sono stati utilizzati magistralmente da etnie che successivamente hanno sviluppato, grazie al loro uso, una sensibilità ritmica ed artistica di elevata fattezza.
A tal proposito, raggruppando gli strumenti in tre categorie differenti, potremo dare uno sguardo alla panoramica strumentale utilizzata non solo in Mali ma nell’Africa Nera.
I Membranofoni sono tutti i tipi di tamburi (cilindrici, tronco conici, a botte, a calice, a clessidra ecc.) e si basano sulla messa in vibrazione per frizione, percussione, pizzico o pressione di membrane soggette a tensione mediante tiranti. Tali membrane sono in gran parte costituite da pelli animali. Prendono nomi diversi a seconda delle forme e delle zone:
il Djembè ha una struttura che ha forma di calice, sull’imbocco maggiore è tesa una pelle. Il Bwa, strumento ascellare a forma di clessidra, con due pelli tese sugli imbocchi alle due estremità, il cui suono, modulato dall’ascella stessa del musicista, è ottenuto mediante un bastone ricurvo. Il Bala-Bala, usato da Bobo, Senufo e Bambara, la cui cassa armonica non è altro che una grossa mezza zucca vuota (Calebasse). L’atumpan è un tamburo Ashanti. Il darabukka è un tamburo arabo a calice. ll dundun è un tamburo a clessidra di origine Nigeriana. Il sabar è un tamburo a calice monopelle originario del Wolof del Senegal. Il dundun, anche se non molto usato nel Mali, merita un approfondimento. Viene chiamato Il tamburo parlante ed è usato prevalentemente dai “griot”. Il suonatore tiene il tamburo sulla spalla e lo colpisce con una singola bacchetta, usando l'altra mano per agire sulle corde che tengono tesa la membrana, pizzicandole o lasciandole per modificare il tono prodotto dallo strumento. I musicisti più abili riescono a produrre modulazioni che ricordano quelle della voce umana, specialmente con riferimento ai linguaggi tonali di alcune zone dell'Africa. alcuni musicisti hanno raffinato questa tecnica al punto che con il tamburo riescono a riprodurre frasi e nomi di persone Il djembé, la cui tipica forma a calice è ottenuta intagliando un pezzo unico di legno, ricavato dagli alberi di tek. Una volta montata, la membrana in pelle (generalmente di capra o antilope) viene lasciata essiccare, in modo da aumentarne la tensione per ottenere i suoni voluti dal djembéfola (il suonatore di djembé). Sempre più spesso, ai bordi della parte superiore, vengono applicate appendici metalliche, di ferro o latta, le cui vibrazioni rinforzano e prolungano il suono del djembé, creando un particolare stile poliritmico.
I cordofoni producono il suono per la messa in vibrazione di una o più corde tese tra due punti fissi. Il più semplice è l'arco sonoro (ekibulenge per i Nande del Congo-Zaire), derivato direttamente dall'arco con il quale comunemente si scagliano le frecce. Le corde possono essere
sfregate con un archetto, pizzicate, premute o percosse. I cordofoni comprendono arpe
(enanga), cetre (o arpe-cetre come il mvet del Gabon e del Camerun), lire e liuti.
La kora, è lo strumento principale dei cantastorie (griot) della cultura Mandingo (Senegal, Mali, Guinea, Gambia): la cassa di risonanza è ricavata da una mezza zucca svuotata sulla quale è tesa una pelle di animale (mucca o antilope). Sulla cassa è infisso un manico in legno da cui dipartono ben 21 corde in due file parallele rispettivamente di 10 ed 11 corde, rette da un ponticello perpendicolare al piano armonico. Le corde erano tradizionalmente fatte di cuoio, per esempio di pelle d'antilope; oggi sono molto usate anche le corde d'arpa o il filo di nylon. Talvolta, fili di iversi materiali vengono avvolti assieme per formare una corda più spessa con un timbro specifico.
Strumento musicale del gruppo dei cordofoni, della famiglia delle arpe a ponte è praticamente considerata un'arpa-liuto. È uno strumento tradizionale dell'etnia Mandinka, diffusa in buona parte dell'Africa Occidentale.
Alcune kora moderne (in particolare costruite nella regione di Casamance, nel Senegal meridionale) hanno alcune corde aggiuntive (fino a quattro) dedicate ai bassi. Esistono anche varianti di kora a 23, 25, 27 fino ad un massimo di 28 corde. Le corde sono legate al manico da anelli di pelle; spostando tali anelli si può variare l'accordatura dello strumento. La tradizione
prevede quattro diverse accordature, dette tomora ba (o sila ba), hardino, sauta e tomora mesengo; corrispondono grosso modo alla scala maggiore, alla scala minore, alla scala lidia e alla scala blues. La tipologia di accordatura a cui si ricorre dipende perciò dal brano che si vuole eseguire. Sebbene il suono di una kora sia molto simile a quello di un’arpa, le tecniche utilizzate per suonarla sono molto più simili a quelle impiegate per la chitarra del flamenco. L’esecutore suona lo strumento ponendolo davanti a sé, sorreggendolo con le due dita medie che fanno presa su due sporgenze di legno. Le corde vengono pizzicate con l’indice e l pollice di entrambe le mani, la fila di 11 con la mano sinistra, quella di 10 con la destra. I suonatori molto esperti sono capaci d eseguire contemporaneamente un accompagnamento (detto kumbeng) e un assolo improvvisato (chiamato biriminting). La kora è diffusa presso tutti i popoli Mandinka dell'Africa occidentale; la si trova in Mali, Guinea, Senegal e Gambia. Il suonatore di kora viene detto jali; in genere appartiene a una famiglia di griot, ovvero di cantastorie. Così come il griot gode di un grande rispetto presso i popoli Mandinka (quale detentore della conoscenza sulle tradizioni, le gesta degli antenati, gli alberi genealogici dei clan, ovvero dell'intera tradizionale orale del popolo), nalogamente quello di "jali" è considerato un titolo onorifico molto importante.Esistono diversi
racconti orali che narrano l’invenzione e la storia di questo particolarissimo strumento
musicale: nell’area dell’antico Regno del Mali, si narra che la Kora fu inventata da un grande capo dei guerrieri, Tira Maghan che l’avrebbe donata ai griots del suo villaggio; da quel momento essa sarebbe divenuta lo strumento privilegiato dei griots che ne avrebbero scoperto tutte le sfaccettature e le possibilità sonore al fine di rendere al meglio il prezioso dono ricevuto dal loro signore. Secondo una variante dello stesso mito, diffusa in Gambia, nella regione del Kansala la prima Kora sarebbe appartenuta ad una donna particolarmente ingegnosa e creativa, robabilmente una griotte.
Negli idiofoni viene messo in vibrazione il materiale stesso con cui lo strumento è costruito
(per esempio, legno o metallo). Possono essere sollecitati per sfregamento, percussione, pizzico,
pressione, frizione, raschiamento. I più noti idiofoni sono; i sanza o ‘mbira, costituiti da
lamelle metalliche o vegetali, il Balafon, xilofono tipico dell’Africa occidentale, i Grageb, campane
e sonagli per gli Gnawa del Marocco e shaqshaq in Algeria.
Il Balafon è uno strumento musicale caratteristico dell'Africa Occidentale subsahariana:
si tratta di uno xilofono generalmente pentatonico, a volte diatonico. I popoli Susu e Malinké della, sono strettamente legati alla storia ed all'uso di questo strumento, così come il popolo Malinke del Mali, Senegal e Gambia. È composto da una struttura di base in fasce di legno o in bambù in cui, sotto, vengono posizionate orizzontalmente le zucche (calebasse) che fungono da cassa di risonanza, il cui numero può variare ma che generalmente si aggira intorno alla dozzina; a volte le zucche vengono forate e rivestite di sottili membrane che una volte erano costituite da
tele di ragno o ali di pipistrello ma attualmente viene moto utilizzata la carta per rivestire il tabacco delle sigarette o da una sottile pellicola di plastica. Al di sopra delle zucche si trovano i tasti, fatti di legno, di forma rettangolare posizionati in maniera decrescente. Quelli più piccoli producono i suoni più acuti. Il numero di tasti varia in base alla dimensione dello strumento. Il balafon diatonico presenta tasti più spessi ma meno larghi proprio perché deve fornire note più alte.
In appendice, si è accennato ai “griot”. Varrebbe la pena dedicare qualche riga d’approfondimento a questo personaggio, che nella tradizione orale, con gli anziani dei villaggi, potrebbe essere considerato come una biblioteca vivente. Prevalentemente di sesso maschile, ma uomo o donna che sia poco importa, è una figura presente in tutta l’Africa occidentale. Il termine “griot” starebbe a significare “signore della parola” . La sua immancabile presenza a funerali, matrimoni, cerimonie di sacrificio, riti di circoncisione, fa si che la testimonianza dell’accaduto possa continuare a vivere. È un cantastorie, un “libro vivente” dove vengono appuntati fatti e cronache di storia vissuta. Elemento indispensabile nella cultura locale, passa da villaggio a villaggio raccontando e tramandando avvenimenti di fatti accaduti realmente o racconti
leggendari.

Mali - MASCHERE TRIBALI

La Maschera Africana è servita, nel XX secolo, come fonte d’ispirazione per movimenti artistici quali l’espressionismo ed il cubismo, per cui, è da considerarsi la forma d'arte tribale più nota in Europa.
Elemento fondamentale dell’arte e della cultura tradizionale dei popoli subsahariani e dell’area
occidentale africana, le differenti maschere tribali vengono legate a diversi significati specifici. Il loro uso, di sovente collegato a cerimonie spirituali, fa si che le stesse vengano impiegate generalmente nelle danze, in modo tale da esaltare la celebrazione di rituali a sfondo religioso svolgendo spesso una funzione propiziatoria in cerimonie e celebrazioni come matrimoni, funerali, riti di iniziazione, feste del raccolto. L’uso della maschera viene associato ad altri fattori preponderanti della cultura africana, musica e danza, che accompagnano colui che la indossa. La maschera, aiuta colui che la indossa ad abbandonare la propria identità per entrare nello spirito che essa stessa rappresenta. Abbinata ai costumi rituali, modifica l'identità del danzatore trasformandolo anche in sacerdote. Eleva altresì il suo possessore ad una sorta di condizione di medium, e gli permette di metterse in contatto il villaggio con le proprie divinità, aiutandolo a dialogare con gli antenati, i defunti, gli animali o spiriti della natura. Questi motivi contribuiscono a creare la stretta connessione tra danze e rappresentazioni mascherate.
Ogni maschera ha un proprio significato specifico spirituale. La cultura Dogon, nel Mali, è caratterizzata da un ricco “pantheon” di spiriti, a cui corrispondono oltre 70 tipi di maschere differenti.
Spesso gli artisti, gli scultori che realizzano queste opere d’arte, per tradizione hanno un riconoscimento di uno speciale status sociale. I segreti relativi alla conoscenza dei valori simbolici e religiosi associati, assieme all’abilità costruttiva, vengono di sovente tramandati di padre in figlio. Dato il significato spirituale delle maschere, non tutti i membri della società sono autorizzati a indossarle. Spesso questo onore è riservato agli uomini, e in particolar modo agli anziani o comunque alle persone di alto rango. Alcune maschere sono riservate a capi villaggio o a re che indossandole conferiscono in loro speciali poteri.
Spesso, le maschere di maggiore prestigio sono quelle associate agli spiriti dei grandi capi defunti; In numerose tradizioni si trovano maschere associate a determinate società di guerrieri o di stregoni. Generalmente la forma di una maschera africana è riconducibile al volto di un uomo, o al muso di un particolare animale. Questa figura complessiva viene tuttavia resa in una forma altamente stilizzata.
L'assenza di realismo, che permea la concezione delle culture dell'Africa nera, fa in modo che la maschera non rappresenti il suo aspetto esteriore ma lo spirito del soggetto stesso. Le tipologie, codificate dalla tradizione, indicano la comunità a cui la maschera appartiene e ne definiscono il valore simbolico. Stili creativi con differenti significati morali o una particolare simbologia riferita a specifiche virtù, si trovano in numerose sculture. Gli occhi socchiusi delle maschere dei Senofu, per esempio, rappresentano l'autocontrollo, la pace interiore e la pazienza. Occhi e bocca di dimensioni ridotte, generalmente simboleggiano l'umiltà, e la fronte sporgente indica saggezza.
Maschere con mento e bocca molto grandi, al contrario, possono rappresentare
autorità e forza. Soggetti replicati più di frequente nelle raffigurazioni di maschere africane sono gli animali. Queste rappresentazioni animali servono per entrare nello spirito dell’animale perchè diventi possibile parlargli poichè spesso l'animale viene visto come portatore di determinate virtù. Fra gli animali più rappresentati ci sono il bufalo, il coccodrillo, il falco, la iena, il facocero e
l'antilope. L’antilope, in special modo, nel Mali ha un ruolo fondamentale. Nelle culture Dogon e i Bambara viene considerata simbolo del lavoro e della fertilità nei campi. Le maschere da antilope dei Dogon, che simboleggiano l'abbondanza del raccolto, hanno forme stilizzate, solitamente sono rettangolari ed adornate sulla sommità da molteplici corna. Anche in quelle dei Bambara, note come chiwara, sono presenti lunghe corna d’antilope che rappresentano la crescita rigogliosa del miglio, il pene, visto come simbolo delle proprie radici, le orecchie che rammentano il canto delle donne che allevia il lavoro nei campi ed una linea spezzata che rappresenta il percorso del sole fra i due solstizi. Troviamo infine varianti sul tema, che comprendono composizioni di figure composte da tratti distintivi di diversi animali, eventualmente uniti a elementi umani.
Questa fusione rappresenta un insieme di caratteristiche eccezionali, raffigurate attraverso la somma delle qualità dei diversi elementi della composizione. Le maschere utilizzate dalla società segreta dei Poro (presso il popolo Senufo, in Mali e Costa d'Avorio) uniscono in una singola figura tre simboli di pericolosità: corna di antilope, denti di coccodrillo e zanne di facocero.
Altro soggetto comune nella cultura delle maschere africane è la donna, che rappresentata l'ideale di bellezza. Differenti particolari caratterizzano le creazioni artistiche che rappresentano la donna. La raffigurazione è esaltata dai tratti somatici che vengono esasperati per cui potremo osservare l’accentuazione della curva arcuata delle ciglia, la stilizzazione degli occhi e l’assottigliamento del mento, inoltre sulla maschera vengono spesso rappresentati anche i gioielli ornamentali tradizionali.
Altro fattore estetico di rilevante importanza che viene riprodotto sulle maschere sono le scarificazioni, cicatrici ornamentali eseguite nella realtà sulla pelle di taluni soggetti. Al culto degli antenati invece, sono legate le maschere che tendono a riprodurre la forma del teschio umano, con orbite incavate e labbra screpolate e sono generalmente evocate durante i riti di circoncisione e in altre cerimonie legate al rinnovamento della vita. Il culto degli antenati è spesso legato al tema della fertilità, ed è per questo che si potranno notare molte maschere che uniscono i tratti del teschio con simbologia sessuale; Altre infine vogliono invece ricordare
antenati illustri, personaggi storici o leggendari.
La struttura principale delle maschere è data dal legno, anche se a volte troviamo raffigurazioni costruite in pietra morbida, come la saponaria, o addirittura fusioni di rame o bronzo. Gli elementi ornamentali che la completano sono costituiti da pelle o tessuto.
Il materiale intagliato o scolpito viene successivamente dipinto con carbone vegetale, ocra o altri pigmenti di origine naturale.
Infine, alla struttura principale vengono applicati gli elementi decorativi in altri materiali, come pelo, corna, denti, conchiglie, semi, iuta, paglia, guscio d'uovo (soprattutto di struzzo) o piume.
Quest’ultima lavorazione serve a ricondurre l’opera finita, in modo più efficace, agli elementi anatomici del soggetto.
Le maschere possono avere diversi tipi di struttura in funzione del modo in cui si devono indossare. Il tipo più comune, presente in gran parte dell'Africa, è quello che si appoggia sul volto, in verticale. Nelle cerimonie Dogon, ad esempio, queste maschere, alte anche qualche metro, vengono trattenute al volto con la sola forza dei denti. Altre maschere si adagiano sulla testa, e quindi non coprono il volto, come i celebri copricapo-maschera chiwara dei Bambara. Alcune, infine, sono ricavate da un tronco cavo o scavato, e si indossano come scafandri o elmi, a coprire l'intera testa.

Mali - TESSUTI



Evoluzioni delle tinte naturali
Basilan, Gala e Bogolan: Teli tipici, in cotone o lana, tessuti in lunghe strisce cucite fra loro a mano e tinti con terre e pigmenti naturali, in base ad antichissime tecniche, che testimoniano l'abilità ed il gusto artistico delle diverse etnie.
Introduzione
La nudità viene spesso legata alla miseria, ed essendo l’Africa un continente generalmente overo sotto il profilo economico, l'immagine più comune che ci sovviene, quando si pensa alle popolazioni che vi abitano, avvalora l’idea di una terra abitata da uomini prevalentemente svestiti che vivono in abitazioni semplici costruite con l’ausilio di materiali naturali. “Terra dei popoli nudi che abitano capanne".
Contrariamente a quello che si può pensare invece, l’abito (soprattutto per le donne) riveste un significato di alto valore nella cultura Africana. Basterebbe osservare gli accostamenti dati dai teli colorati, adagiati con leggiadria sul corpo di una donna di etnia Bambara, qualunque sia la sua età, per constatare l’elegante portamento e l’esaltazione di un’innata femminilità. Stoffe e tessuti utilizzati come abiti africani possono mostrarsi sotto differenti aspetti. Molteplici sono le fogge utilizzate, che vanno dal semplice telo legato in vita come fosse un pareo ai grandi bubu (tuniche) con ricami o inserti in rilievo, tipici delle regioni islamizzate.
Inoltre, anche se semplici, le case sono spesso adornate da simboli che vengono anche riversati su tessuti utilizzati come stuoie, tappeti, coperte, pareti divisorie e quant’altro, all’interno degli alloggi stessi.
La bellezza di questi “teli”, data prevalentemente dall’accostamento cromatico e/o dalla simbologia in essi contenuta non dipende dalla grandezza. Anche piccole pezze di tessuto possono racchiudere tesori. Insomma, sembrerebbe che nelle stoffe, da sempre i popoli africani tendano ad esaltare gran parte della loro creatività, del loro genio e della loro abilità artistica. Va aggiunto che, mentre la globalizzazione dei mercati porta, nelle zone più urbanizzate del continente nero, una presenza sempre più massiccia di stoffe e tessuti fabbricati fuori dall'Africa, il panorama rurale, di contro, è incline a preservare tecniche tradizionali che sopravvivono ed a volte tendono a prosperare. È innegabile che tra i motivi di questo rifiorire di tradizioni c'è anche il contributo di un turismo, sempre più alla ricerca di souvenir di qualità ed originali.
Storia
Il lavoro di tessitura, che nasce in Africa, deve la sua naturale evoluzione alle primordiali tecniche di intreccio di sottili corde, assemblate tramite la lavorazione di fibre vegetali. Rudimentali arcolai, hanno integrato e sostituito gradualmente il lavoro manuale, perfezionando l’opera proveniente dalla filatura di fibre vegetali (cotone) prima ed animali (lana) in seguito.
Con l’esigenza di apportare decorazioni simboliche sui tessuti, si è potuto sviluppare una tecnica, tuttora utilizzata per tingere le stoffe. Questa lavorazione ha origini ereditate da alcune etnie come i Dogon e i Bambara del Mali, i Bobo ed i Senufo del Mali e del Burkina Faso, i Malinké del Mali, della Costa d’Avorio e del Senegal.
Procedure di lavorazione
La fase di preparazione, che avviene dopo la cardatura del materiale usato è generalmente ad
appannaggio della donna. È la donna stessa che trasforma le “nuvole” di prodotto in filato di cotone e lana, utilizzando un fuso semplice ma funzionale: un piccolo bastone a volte appoggiato e reso stabile da un basamento in terracotta. La fase successiva è la creazione del tessuto vero e proprio, con tecniche d’intreccio provenienti dalla lavorazione eseguita tramite l’utilizzo di uno strumento meccanico. È un’occupazione svolta prevalentemente dagli uomini. Trama ed ordito vengono realizzati con l’ausilio di telai orizzontali in legno, azionati a cinghia o a pedale.
Il Telaio, presso le popolazioni, non è solo considerato uno strumento ma un’espressione di creazione della vita stessa.
Nei suoi movimenti, vengono ravvisati i movimenti rotatori ed elicoidali dell’universo stesso, ai quali si aggiungono e si amalgamano il “vai e vieni” della navetta o gli intrecci dati dalla trama e dall’ordito, visti come le movenze dell’uomo, che è parte integrante del cosmo.
Le due situazioni vengono legate dal tessuto che funge da nesso tra cielo e terra, divino e mortale, umano e animale e fra gli uomini stessi.
Il tessuto indica la forza. Non quella del singolo ma la forza della comunità. I fili, presi separatamente, non hanno alcuna forza ma, uniti ed intrecciati, diventano il simbolo di una realtà
che esiste solo come relazione e unione.
Il tessuto indica il linguaggio nei rapporti umani perché i suoi fili si intrecciano come gli elementi
che costituiscono il linguaggio” e tessono rapporti.
Il risultato del lavoro su telaio produce strisce di stoffa più o meno consistente, lunga e stretta,
mediamente 20 centimetri, che saranno successivamente cucite insieme. Il tessuto può essere
confezionato con uno o più fili di diverso colore, oppure la stoffa grezza può essere lavorata con
varie tecniche tradizionali. Le stoffe quindi non riproducono un disegno contenuto nella trama. La pezza viene colorata successivamente con diversi procedimenti: tinte naturali, stampigliature,
tecniche ad ossidazione e di corrosione.
E' davvero interessante analizzare brevemente le metodologie utilizzate per tingere i tessuti
secondo lo stile e il gusto africano.
Colorazione
In Africa Occidentale, per decorare le stoffe, vengono usate alcune tecniche che prevalentemente sfruttano l'azione corrosiva di alcuni elementi naturali.
La decorazione eseguita con l’uso di argille viene chiamata “Bogolan” ed è realizzata generalmente dalle donne.
La stoffa grezza, ottenuta dalla tessitura ed unita fino a formare il riquadro desiderato, viene
dapprima immersa in una tintura vegetale. Il composto è un infuso ottenuto dal succo di radici, erbe o cortecce.
Uno dei colori base deriva prevalentemente dalla preparazione ottenuta con un decotto di foglie di “n’galame” (foglie d'albero di anogeissus leiocarpus) che producono un uniforme color ocra intenso. Altre colorazioni vengono eseguite con diversi preparati vegetali che danno alla stoffa tonalità che vanno dal giallo al rosso al marrone.
Dopo un periodo d’ammollo, la pezza viene tesa e fatta asciugare al sole per poterla successivamente lavorare. Si ottiene così il “Basilan”.
Un’altra tecnica per la colorazione del tessuto di base, con pigmentazioni derivate da piante, produce una tonalità più fredda. Con questo procedimento si ottiene una base cromatica verdastra che al contatto con l’ossigeno, in fase d’esiccazione, si trasforma in differenti tonalità che vanno dall’azzurro al blu scuro, tipico del paese Dogon.
La differenza cromatica più scura si ottiene dunque esponendo il tessuto trattato per maggior tempo al sole, fino a tre settimane. Con questo procedimento si ottiene il “Gala”
Sui riquadri così preparati, una volta asciutti, si esegue un tracciato utile a formare il motivo
desiderato.
Inizia così la vera creazione del “Bogolan”.
Con l’utilizzo di fanghi pigmentati, un limo sottilissimo raccolto nei fiumi e steso mediante l’uso di strumenti necessari: tiralinee (kalama), spatole, steli di miglio, penne, pennelli e spazzole, si vanno a coprire le parti di stoffa che si vogliono evidenziare.
Il tessuto decorato viene quindi fatto fermentare in giare di terracotta, eventualmente con l’aggiunta di materiali ferrosi che aiutano l’ossidazione, rendendo, grazie alla reazione chimica tra il fango e la tintura precedentemente applicata, totalmente indelebili i decori.
I motivi artistici realizzati, che si espongono all’asciugatura finale, vengono evidenziati da questa fase d’ossidazione terminale che dona al tessuto la tonalità desiderata.
Fatto nuovamente seccare, il drappo verrà successivamente lavato per eliminare l’eccedenza di fango. Apparirà quindi, in tutta la sua bellezza, il colore nero del disegno su fondo di base (Basilan).
Tinture ed eventualmente ulteriori sbiancature, ammolli e lavaggi sono procedure che si ripetono più volte su un medesimo pezzo di stoffa per poter raggiungere un ulteriore risultato. Occorrono differenti passaggi, per ottenere un risultato soddisfacente che presenti diverse sfumature di colore. E' questa la tecnica indicata con il nome di bogolan, cioè "disegnati dal fango".
Simbolismo
Il simbolismo raccolto nei motivi è rappresentato in differenti forme geometriche. Linee dritte, spezzettate o a zig-zag e cerchi, che delineano le due interpretazioni della vita. Un’interpretazione di carattere maschile (fatta di elementi lineari, angolari ed acuti) che si interseca ed entra, anche fisicamente, nei caratteri femminili (curvilinei).
L'arte tessile africana, potrebbe rivelarsi un aiuto per chi volesse iniziare ad accostarsi alla cultura del continente nero. I modi di vivere, propri delle diverse popolazioni, vengono espressi nel simbolismo che si ripete sugli sfondi intessuti. I teli sono assimilabili a delle illustrazioni raffiguranti sensazioni, attimi di vita e quant’altro. Le mani sapienti degli artigiani, ci permettono di cogliere, grazie alla lettura dei disegni elaborati sulle trame, il riflesso interiore, l’anima propria di un popolo.
Quindi una vasta serie di simboli caratterizza ogni Basilan, Gala o Bogolan ed ogni simbolo trasmette un principio comportamentale derivato dalla cultura etnica.
Nella tradizione, i simboli da disegnare sul tessuto sono stabiliti dalle donne anziane, generalmente con più di sessant’anni, in quanto ritenute il centro della saggezza della comunità.
Alcuni dei simboli e dei significati più ricorrenti sono i seguenti:
 Linea a zig-zag
Simboleggia il cammino di colui che è gravato da debiti. Il messaggio è pertanto l’esortazione a non prendere vie cattive nella vita
 Due Linee parallele
Nella vita non seguire due strade maestre allo stesso tempo
 Cerchio
Il cerchio rappresenta in generale un recipiente. In particolare il granaio, ossia il luogo in cui si conserva ciò che è più prezioso per la comunità. È la cosa più importante per un essere umano, tra i Bambarà è la speranza. Il cerchio invita quindi a prendersi cura al meglio di se stessi e della propria speranza
 La croce
è il simbolo dell’incrocio, il luogo più importante per i Bambara in quanto luogo di incontro tra persone. La croce esorta quindi a mettersi al servizio degli altri. Un essere umano dev’essere come un incrocio nel quale lasciare transitare le altre persone
 Linea retta
Nella vita scegli una strada maestra e seguirla
 Impronta d'animale (dromedario)
Questo simbolo rappresenta l’orma del dromedario e quindi, per i Bambara, evoca tradizionalmente il “viaggio senza ritorno”, cioè il viaggio senza ritorno degli schiavi rapiti dalle etnie del deserto. Il suo messaggio era quindi quello di rimanere sempre attenti, nella vita, di non fare un viaggio senza ritorno